Spiati, profilati e venduti:
ma vivere offline è peggio

di Antonio Pescapè*

Il 14 marzo (3.14 se scriviamo la data secondo lo standard americano) si è festeggiato in Italia e nel Mondo il Pi Greco Day. Appena due giorni prima, il 12 marzo, c'è stato un altro compleanno; un compleanno che ha ricevuto meno attenzione mediatica, ma non per questo meno importante: il web, il world wide web, ha compiuto ventinove anni. Ventinove anni da quel 12 marzo 1989 in cui Tim Berners-Lee presentò al Cern di Ginevra l'idea che avrebbe rivoluzionato, per sempre, la rete Internet. E con Internet, la società.

Di strada da quel 12 marzo ne è stata fatta davvero tanta. E tanti sono stati i servizi che hanno reso il web l'applicazione più usata su Internet. Tutti noi oggi lo usiamo per studiare, per fare acquisti, per lavorare, per divertirci, per curarci, per informarci e per tanto altro ancora. Direi per fare quasi tutto quello che facciamo oggi.

Ma quanto possiamo considerare affidabili e prive di manipolazioni le informazioni di cui ogni giorno ci nutriamo? È un aspetto di assoluta rilevanza, attualmente all'attenzione degli studiosi di tutto il mondo che fanno ricerca nell'ambito delle Reti di Calcolatori e di Internet e, pertanto, anche di quelli che se ne occupano nei nostri laboratori all'Università di Napoli Federico II.

Per capire a fondo la questione e rispondere a queste domande è necessario innanzitutto ricordare che l'interazione con il web e con i suoi servizi avviene attraverso sistemi digitali che funzionano grazie ad algoritmi progettati e implementati dall'uomo. Questo significa che qualsiasi servizio o informazione che otteniamo è sempre il frutto di un'elaborazione di dati effettuata da uno specifico algoritmo, risultato delle scelte di chi lo ha implementato.

Quando utilizziamo Google, il risultato che otteniamo è frutto di un algoritmo che tende ad ordinare i risultati della ricerca secondo diversi parametri tra cui - mantenetevi forte - ciò che normalmente facciamo quando siamo in rete. Se, infatti, abbiamo letto e discusso di politica o di vacanze o di viaggi, le nostre ricerche saranno influenzate da questo nostro comportamento e, soprattutto - utilizzando algoritmi di intelligenza artificiale - dal comportamento di classi di utenti a cui ciascuno di noi è stato assimilato sulla base proprio delle nostre attività e del nostro comportamento in rete. Questa profilazione è poi condivisa (attraverso accordi commerciali) dai motori di ricerca con terze parti che potrebbero fornirci prodotti legati a ciò che stiamo cercando. Ed è per questo che la stessa ricerca, fatta da utenti differenti attraverso dispositivi differenti, fornisce risultati differenti: questo significa che, alla stessa domanda fatta da due utenti diversi, Google fornisce due differenti risultati.

Ciò non è vero, sia chiaro, solo per Google; vale per tante altre applicazioni e servizi sul web. Il fatto stesso che ci sia un algoritmo che ci fornisce un risultato, significa che c'è tra noi e la macchina un mediatore. Ed è sul ruolo e sulla neutralità di questo mediatore che anche alla Federico II stiamo facendo le nostre analisi e ciò che possiamo sicuramente dire già oggi è, ad esempio, che è necessario imparare a dare la giusta interpretazione e la giusta collocazione a ciò che ci viene fornito da una ricerca, ad esempio, su Google. Ciò è altrettanto vero nel caso dei social network che, così come i motori di ricerca, sono utilizzatissimi sia dagli utenti per informarsi e comunicare che da chiunque oggi voglia fare informazione e propaganda. La discussione sulle fake news, ma soprattutto quella sulle modalità con le quali i social network da un lato ci mettono in relazione con i nostri contatti e dall'altro ci presentano le informazioni, sono all'ordine del giorno. Così come avviene nel caso dei motori di ricerca, anche i social network fanno un uso massivo delle nostre informazioni (comportamento in rete, ricerche, argomenti che trattiamo, luoghi che visitiamo, immagini e video che pubblichiamo, test e giochini che facciamo inconsapevolmente e così via), le utilizzano per profilarci e sfruttano il risultato di tale processo per molteplici fini. Questo fenomeno - insieme al fatto che tendiamo ad essere in contatto con persone a noi vicine, conoscenti o che la pensano come noi - genera sui social le cosiddette camere dell'eco o bolle: spazi che, invece di informarci o discutere, diventano semplicemente luoghi per convincerci di qualcosa di cui in realtà eravamo già convinti o di cui volevamo convincerci (anche in virtù del ben noto fenomeno del bias confirmativo).

Gli algoritmi hanno un ruolo determinante, quindi, sulle informazioni che ricerchiamo attraverso i motori di ricerca e sulle attività svolte e le informazioni che circolano nelle nostre reti sociali. Ma non solo.

Ciò è vero anche per le piattaforme su cui facciamo i nostri acquisti online, ad esempio Amazon. Anche qui sempre in virtù di una profilazione molto spinta delle attività degli utenti in rete e degli accordi tra motori di ricerca e social network, finiamo per sapere che ci serve qualcosa da acquistare ancora prima di decidere di acquistarla. E molto probabilmente non compreremo quello che ci serviva, bensì ciò che gli algoritmi hanno scelto per noi, utilizzando le preferenze di classi di utenti simili a noi.

Motori di ricerca, social network e piattaforme di acquisto sono solo degli esempi di come, grazie al tracciamento delle nostre attività in rete ad opera dei cosiddetti tracker e alla profilazione che sulla base dei dati raccolti viene fatta su di noi, la nostra attività in rete non è del tutto libera ed indipendente.

Ed è per questi motivi che si è discusso e si discute sempre più del ruolo delle piattaforme web nella società. Ed è per questo che questi argomenti sono al centro delle nostre ricerche.

Il tema ancora una volta non è la contrapposizione tra innovatori e conservatori. Il tema è come provare a governare questi sistemi oggi. Oggi che la consapevolezza sull'utilizzo è arrivata quando nei fatti, se non in Monopolio, ci troviamo in un regime di oligopolio di un mercato basato completamente sui nostri dati.

E ciò riguarda la posizione praticamente dominante di Google per quanto concerne il mercato dei motori di ricerca che, rappresentando oggi per molti la porta di accesso al web, ricopre una posizione di assoluto rilievo. Se cerchiamo qualcosa attraverso Google, quest'ultimo può decidere se e come farcela trovare, al punto - ed è successo in Cina in virtù di un accordo tra il governo e il colosso di Mountain View anche da censurare contenuti, semplicemente non facendoli apparire nei risultati della nostra ricerca. Lo stesso problema riguarda anche il ruolo delle reti sociali nella gestione e nella circolazione delle informazioni. È notizia dei giorni scorsi che Cambridge Analytica (la società che ha gestito la campagna di Trump in rete, ma che ha avuto anche relazioni con la campagna per la Brexit e per quella per Marine Le Pen) è stata sospesa da Facebook proprio perché ha usato i dati di milioni di utenti di una app (che proponeva un test psicologico su Facebook; sì, uno di quei giochini che fate spesso) per fare campagna elettorale mirata e personalizzata. Anche in Italia dopo il 4 marzo c'è stata una discussione legata all'impatto e al ruolo dei social network sul voto e sul suo risultato finale. Propaganda politica ed elettorale. Ma non solo. È molto attuale, ad esempio, la discussione relativa alla propaganda sui social di informazioni riguardanti la scienza e la salute. E in un contesto dove le fonti non sempre sono accreditate e soprattutto dove la diffusione di queste fonti, per tutto quanto detto sinora, è determinata da algoritmi di cui non conosciamo il funzionamento, il tema è e deve diventare sempre più centrale nella discussione sull'utilizzo del web.

Perché non è come pensano e dicono e fanno alcuni: «Io non uso i social, preferisco i vecchi sistemi». Questo approccio, invece di mitigare le questioni di cui abbiamo discusso, le esaspererà: del resto, se oggi discutiamo e proviamo a mettere una pezza all'oligopolio delle Big Tech e al controllo degli algoritmi attraverso l'uso di Big Data e intelligenza artificiale, è proprio perché, mentre loro facevano innovazione e disegnavano il futuro, noi facevamo altro. E facevamo altro non investendo in Tecnologie digitali, competenze e formazione. Continuando, viceversa, ad investire in una società che oggi sta scomparendo lasciando sempre più spazio ad una società tecno-centrica e web-centrica.

E che sia necessario occuparsi di come le piattaforme ed i servizi web incidano sulla nostra società, sia chiaro, non lo penso solo io. Chris Hughes, cofondatore insieme a Mark Zuckerberg di Facebook, ha dichiarato che «Facebook è il simbolo del fallimento del sogno americano». Evan Williams - colui che ha dato vita a Blogger, Twitter e Medium ha dichiarato: «Pensavo che il mondo sarebbe diventato automaticamente migliore se avessimo dato a tutti la possibilità di esprimersi. Mi sbagliavo». Tim Berners-Lee ha dichiarato che «il web oggi è un'arma. Facebook e Google sono il problema, non la soluzione».

Insomma, Internet e il web hanno via via perso quella vocazione iniziale di libertà, apertura e neutralità. La soluzione non è quella di pensare a una vita offline. La soluzione è capire che dobbiamo occuparci di Internet e del suo sviluppo, dobbiamo studiarla e dobbiamo farlo presto e dobbiamo insegnare quello che impariamo alle persone. Ed anche su questo Napoli e la Federico II stanno dando il loro contributo. Sperando che ai prossimi compleanni del web si possano spegnere ancora solo candeline. E non altro.

* Università degli Studi di Napoli Federico II
Giovedì 5 Aprile 2018, 19:38 - Ultimo aggiornamento: 30 Marzo, 00:00
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