Task force e poli integrati:
la via di Napoli alla ricerca

di Antonio Pescapè *

Internet, il GPS (Global Positioning System), Google, il Codice a Barre, il Microchip, il touch screen, il LIDAR, gli pneumatici, tantissimi vaccini, tra cui quelli per l’epatite A e B, quello per l’influenza e quello per il papilloma virus, l’energia dal vento, il Memory Foam dei materassi, i filtri blu usati per gli occhiali e le maschere da sci, i Compact Disk, l’assistente automatico Siri di Apple, i sensori a pixel attivi utilizzati dalla GoPro, il Progetto Genoma Umano (che ha reso possibile, ad esempio, la scoperta di medicinali e di cure che senza di esso non sarebbe mai avvenuta), la conferma che fu un asteroide ad uccidere i dinosauri 65 milioni di anni fa.

Cos’è che hanno in comune tutte queste cose e perché le ho messe insieme?

Queste, e molte (tante, tantissime) altre, sono frutto della ricerca; ed in particolare della ricerca fatta con fondi pubblici. Ricerca finanziata da diverse agenzie pubbliche operanti in ambiti differenti, ma tutte – ripeto – pubbliche. Frutto quindi di politiche pubbliche e di una chiara consapevolezza: senza un impegno ed un investimento costante in ricerca (e formazione) non c’è alcuna speranza di poter fare innovazione, progresso e sviluppo. E questo vale per investimenti pubblici sia a favore di soggetti pubblici (ad esempio, Università ed Enti di Ricerca) sia a favore di soggetti privati (ad esempio, aziende). Giusto per avere un termine di paragone, solo negli Stati Uniti, tra il 2000 ed il 2011  è stato finanziato da fondi statali circa il 20% dei brevetti sulla cura o la prevenzione della malaria o del cancro al seno, o su terapie basate su cellule staminali

Se vogliamo quindi analizzare lo stato di salute dell’Italia, della società in cui viviamo, della nostra economia, non possiamo prescindere dal guardare a questo dato. Un dato nel nostro paese che, senza voler “dare i numeri”, ci dice che in ricerca e formazione si investe molto poco, pochissimo. E che da questo punto di vista ci vede nelle ultime posizioni delle classifiche, indipendentemente dall’insieme di parametri considerati, dal come li si consideri e da chi stili le classifiche. Ma, nonostante ciò, l’Italia è un paese che dal punto di vista della ricerca continua a competere a livello internazionale e - nonostante l’enorme differenza di risorse con paesi quali ad esempio la Francia, la Germania, l’Inghilterra, gli Stati Uniti o la Cina - la qualità dei nostri laureati e la produzione scientifica dei ricercatori italiani è di assoluto rilievo ed occupa le prime posizioni delle classifiche internazionali.

E ciò è vero per l’Italia in generale ed è vero per l’Università di Napoli Federico II in particolare.

Un’Università che, nelle mille difficoltà del sottofinanziato sistema nazionale della formazione e della ricerca ed in un’area del paese che come noto presenta non poche difficoltà, forte del suo prestigio e della sua storia negli anni si è costantemente evoluta e alle difficoltà ha risposto innovandosi e crescendo. E grazie a questa evoluzione è riuscita a competere in numerosissimi settori con Università internazionali ritenute da tutti simbolo di eccellenza nella ricerca e nella formazione.

E questo – in Federico II - lo abbiamo fatto in quanto siamo riusciti ad interpretare ed anticipare il cambiamento.

Un cambiamento che vede oggi la frontiera dell’innovazione, della ricerca e della formazione nella interdisciplinarietà. Concetto probabilmente facile da comprendere, ma molto complicato da realizzare nella pratica. Complicato per prassi, per differenze culturali, per attitudini mentali ma anche per oggettivi limiti organizzativi e burocratici del sistema italiano dell’università e della ricerca.

Una ricerca ed una didattica interdisciplinare che in Federico II abbiamo interpretato con la realizzazione di Dipartimenti che molto spesso sono costituiti da settori, esperienze e provenienze culturali molto diverse. Quei Dipartimenti che hanno partecipato numerosi al bando nazionale sui Dipartimenti di Eccellenza emanato dal MIUR; bando che ha visto a livello nazionale il successo di ben cinque Dipartimenti dell’Ateneo Federiciano con progetti innovativi ed in aree strategiche per il paese. In particolare, il Dipartimento di Farmacia con un progetto innovativo nella consolidata area del Drug Discovery e Development (DDD) nonché in quelle emergenti di Nutraceutica ed Alimenti funzionali e Tossicologia Ambientale; il Dipartimento di Medicina Molecolare e Biotecnologie Mediche con un progetto di una piattaforma centralizzata di studi genomici e trascrittomici a livello di singole cellule; il Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale con un progetto che, utilizzando il paradigma degli Smart Systems, intende sviluppare un approccio metodologico innovativo all'ingegneria civile, edile e ambientale, da affiancare alla visione tradizionale concentrata invece prevalentemente sulle opere; il Dipartimento di Ingegneria Elettrica e delle Tecnologie dell'Informazione con un progetto sull’utilizzo e l’applicazione delle tecnologie digitali alla salute (ICT for Health); infine il Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche con un progetto nelle aree dell'economia finanziaria, della microeconomia applicata e della microeconomia teorica.

Una ricerca ed una didattica interdisciplinare che in Federico II abbiamo deciso di favorire anche grazie all’adozione di strumenti appositamente concepiti, quali le Task Force di Ateneo; strumenti di aggregazione di centinaia di ricercatori di Dipartimenti differenti che in collaborazione tra loro ed in collaborazione con istituzioni ed aziende nazionali ed internazionali affrontano – con un approccio appunto interdisciplinare – temi molto attuali. Al momento in Ateneo sono attive quattro Task Force e a breve ne nascerà una quinta (sul tema dei Beni Culturali). Quelle già attive sono quella su Blue Italian Growth (per favorire attività di ricerca e sviluppo sull’economia del mare secondo numerose traiettorie, tra cui ambiente marino e fascia costiera, biotecnologie blu, energie rinnovabili dal mare, risorse abiotiche e biotiche marine, cantieristica e robotica marina, sostenibilità e usi economici del mare); quella su Studi sul Microbioma (che si concentra sulla comprensione dei meccanismi di funzionamento di sistemi microbici complessi che vivono in simbiosi con l’uomo, con gli animali, con le piante, e che popolano i mari, i suoli e tutti gli ecosistemi naturali; sulla conoscenza della composizione delle comunità microbiche e sulla comprensione delle loro attività e le inter-relazioni con l’ambiente che li circonda); quella su Polimeri e Biopolimeri (che prevede ricerche sullo sviluppo di nuovi materiali polimerici e sulle possibili applicazioni, con l’obiettivo ad esempio di effettuare ricerche su materiali e tecnologie per l’imballaggio di prodotti alimentari a base di polimeri e biopolimeri, per applicazioni speciali in microelettronica e sensoristica, e per applicazioni biomediche); e quella Industria 4.0 e Sviluppo Sostenibile (che ha l’obiettivo di promuovere e sviluppare le tecnologie abilitanti di Industria 4.0 con un approccio olistico e quindi non solo con contributi di natura tecnologica ma considerando anche gli aspetti economici, sociali, giuridici ed etici legati ad Industria 4.0 e allo sviluppo sostenibile). E proprio quest’ultima Task Force ha coordinato la partecipazione dell’Ateneo al recente bando nazionale sui Competence Center di Industria 4.0, partecipazione che ha visto la realizzazione di un progetto congiunto con la Regione Puglia e che ha messo insieme tutte le Università campane, tre Università della Puglia, le due amministrazioni regionali e alla cui manifestazione di interesse per il partenariato privato ha ricevuto richieste da più di 150 azienda nazionali: un successo – già dalla fase di sottomissione – enorme.

Una ricerca ed una didattica interdisciplinare a cui in Federico II è stato anche dato un nuovo spazio fisico, quello del nuovo Polo di San Giovanni a Teduccio, già noto – nonostante la sua giovanissima età – a livello internazionale ed esempio concreto di quel termine che spesso finisce per essere solo una buzzword, “ecosistema dell’innovazione”. Un polo didattico, scientifico e tecnologico che vede intorno ai Corsi di Laurea ruotare esperienze quali ad esempio i laboratori CESMA, l’Hub di Banca Intesa, le due Academy - la IoS Developer Academy (in partnership con la Apple) e la DIGITA Academy (in partnership con la Deloitte) – il Salesforce Developer Bootcamp, il primo incubatore certificato del sud (Campania NewSteel), le prossime iniziative del Co-Innovation Hub con CISCO e dell’hub dell’innovazione e dell’imprenditorialità di TIM Wcap Napoli.

Un polo di eccellenza per attività di formazione e sviluppo di livello internazionale.

Quando il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti in Italia Lewis Eisenberg, parlando dei rapporti economici tra i due paesi. ha voluto citare tre esempi di importanti investimenti statunitensi in Italia, ha citato nell’ordine la IoS Developer Academy, la DIGITA Academy e l’insediamento Boeing in Puglia. L’ambasciatore americano quindi nello scegliere tre soli esempi, sceglie tre iniziative al SUD, due delle quali a Napoli, entrambe realizzate dalla Federico II.

Dal punto di vista della formazione, la sfida per noi oggi non è più solo quella di formare degli studenti che non appena laureati possano trovare un ottimo lavoro. Questo in molte aree già accade. Ed accade perché i nostri studenti trovano facilmente lavoro, con molti di loro che spesso decidono o sono costretti ad andare a lavorare all’estero attratti da aziende prestigiose ed innovative, da condizioni di vita, servizi e stipendi che in Italia sono solo un sogno (spero non per sempre).

La vera sfida per noi oggi è anche un’altra ed è duplice. Da un lato, è quella di offrire strumenti e conoscenze per rimanere attivi e competitivi nel mercato del lavoro anche dopo esservici entrati. Una sfida oggi difficilissima - in un contesto in cui mutamenti organizzativi strutturali e tecnologici avvengono ad un ritmo molto serrato, spesso in meno di cinque anni - ma una sfida alla quale non possiamo e non dobbiamo sottrarci (e la continua attualizzazione dei nostri corsi di laurea, che restano fortemente metodologici, affiancata da esperienze innovative ed internazionali come le Academy va in questa direzione). Dall’altro, essere un’Università che grazie anche alle attività di ricerca e trasferimento tecnologico rappresenti la frontiera dell’innovazione, quella area di frontiera tra presente e futuro, nella quale si possano formare e coltivare i talenti che potranno poi cambiare le sorti del Paese.

Perché è di questo che abbiamo bisogno oggi in Italia. E perché l’Università, per me, è anche queste sfide. Non conosco altro posto dove questo si possa e si debba fare.

* Università degli Studi di Napoli Federico II
Sabato 26 Maggio 2018, 20:00 - Ultimo aggiornamento: 26-05-2018 20:00
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