Scienza, politica, società:
​cercasi dialogo e in fretta

di Antonio Pescapè*

Stiamo vivendo oggi quella che tutti definiscono la quarta rivoluzione industriale - la rivoluzione guidata dal digitale e dell'automazione - e siamo immersi in ambienti completamente artificiali, frutto della tecnologia, del progresso e del lavoro dell'uomo. La qualità e la quantità delle scoperte scientifiche cresce a ritmi più veloci rispetto al passato. E tutto ciò ci fa vivere oggi vite più confortevoli e di più alta qualità, vite nelle quali possiamo curarci meglio, vite che durano sempre di più. Vite che non hanno più confini spaziali e temporali. Vite nelle quali è sempre più comune vedere uomini e robot collaborare in casa e nelle aziende. Vite nelle quali abbiamo tutto il giorno tra le mani oggetti tecnologici - i nostri smartphone - che sono molto più complessi e potenti dei sistemi informatici che mandarono i primi uomini nello spazio.

Tutto ciò avviene ed è avvenuto grazie alla scienza, alla ricerca e all'innovazione. E questo è un fatto, un fatto incontrovertibile. Ma è altrettanto vero che, nonostante queste incontrovertibili verità, siamo in un momento storico in cui nel nostro paese la sfiducia nei confronti della scienza e della ricerca, e dell'innovazione da esse generata, è probabilmente ai massimi storici. Ed è un fatto, ahimè incontrovertibile, anche questo.

Le motivazioni sono tante e diverse. E hanno radici lontane. Radici che però oggi affiorano visibilmente, creando una spaccatura nel paese e mettendo pesantemente a rischio il suo sviluppo.

Siamo, con Galileo Galilei, la patria del metodo scientifico. Ma, come nel caso di tante altre cose, ce ne siamo dimenticati. E ce ne siamo dimenticati un po' tutti.

Lo ha dimenticato, innanzitutto, il Paese e chi lo ha governato negli anni. Un Paese che non ha creduto e non crede come dovrebbe nell'importanza della scienza, della tecnologia e della ricerca. Un paese che investe pochissimo in ricerca e innovazione, un paese che non riesce a mettere a sistema i diversi attori del mondo della ricerca e dell'innovazione e che non ci riesce perché, a mio avviso, non è in grado di indicare la strada. Di dare l'esempio. Senza scomodare studi o saggi specialistici, non ultimo quello di Marianna Mazzucato, se non è innanzitutto lo Stato a credere nella scienza, nella ricerca e nell'innovazione investendo in esse e supportandole, difficilmente lo faranno altri soggetti. E quando dico investimenti e supporto, penso sicuramente a quelli di tipo economico, aumentando sensibilmente la percentuale di Pil destinata alla ricerca e agli investimenti tecnologici. Ma penso anche a un diverso e rinnovato rapporto della politica nei confronti del mondo della scienza e della ricerca. Un rapporto che veda quest'ultimo al centro dell'attenzione e dell'azione politica, un rapporto di diversa e rinnovata fiducia. Perché, al netto delle polemiche e delle mistificazioni, io credo che alla base di tutto ci sia un problema culturale legato all'impostazione di tipo filosofico, letterario e giuridico sulla quale abbiamo costruito il Paese e che oggi, da sola, finisce per essere totalmente inefficace in quanto inadeguata. Giusto per fare l'esempio più eclatante, abbiamo costruito i processi della Pubblica Amministrazione con un'impostazione pesantemente umanistico-giuridica; processi oggi totalmente inadatti rispetto ai tempi e alle necessità della società moderna. Serve rapidamente che la cultura scientifica si affianchi a quella umanistica, e oggi a parti invertite, detti l'agenda.

E se l'importanza della cultura scientifica non è percepita dallo Stato, difficilmente potrà esserlo dai suoi cittadini. Soprattutto quando in una società che cambia così rapidamente come quella attuale, diventa difficile trovare da soli le risposte giuste alle domande e alle paure di questi tempi.

E qui, dopo il rapporto tra Stato e scienza, vengo al secondo aspetto, il rapporto dei cittadini con scienza e ricerca. Cittadini che se lasciati soli, si trovano a dover - in solitudine - dare risposte a temi complessissimi in una società che è stata completamente disintermediata proprio grazie alla tecnologia e alle possibilità offerte dai mezzi di comunicazione in rete. In questa società disintermediata si è incappati in un'errata interpretazione del concetto di opportunità, quella magnifica opportunità offerta dalle nuove tecnologie di poter accedere a contenuti un tempo appannaggio solo degli addetti ai lavori. Errata interpretazione legata sostanzialmente alla differenza tra opportunità e capacità: la capacità di informarsi e di approfondire; la capacità di studiare, che è cosa diversa dal leggere; la capacità di comprendere ciò che si legge. Tutto ciò enfatizzato dai meccanismi alla base del funzionamento dei social network, le famose camere dell'eco a cui è associato l'ulteriore fenomeno del confirmation bias, il pregiudizio di conferma, per il quale le persone cercano, vedono, capiscono e ricordano informazioni più facilmente se coerenti con le loro convinzioni. 

Ed è in questo contesto che si consumano eventi che di scientifico non hanno assolutamente più nulla. Penso a quanto successo alla Commissione Nazionale Grandi Rischi o a quanto successo con l'emergenza Xylella in Puglia, penso alla discussione sulle cure sul cancro, a quella sugli Ogm e ai vaccini.  Discussioni nelle quali, ad esempio, c'è chi propone di coltivare la terra e di non vaccinarsi come si faceva un tempo, di tornare al passato, ignorando i risultati della comunità scientifica. Una discussione quella sui vaccini, che da un lato sostiene - contro l'evidenza scientifica - l'opportunità di non vaccinarsi, per sfiducia nella scienza e nella comunità medica (sfiducia spesso annacquata anche con un po' di accuse di complottismo, altro hype del momento); e che dall'altro però non può che affidare alla stessa scienza medica chi contrae malattie un tempo sconfitte.

A me appare chiaro come in uno scenario di questo tipo difficilmente il paese vincerà le sue sfide, riassunte tutte in quella che possiamo chiamare la sfida sul futuro. Una sfida (e così chiudo con quello che ritengo sia il terzo elemento di questo ragionamento) a cui può e deve dare una risposta importante e immediata la comunità scientifica e tecnologica, che non è assolutamente esente da responsabilità.

Comunità di cui faccio parte anche io e responsabilità che evidentemente sono il primo ad avere anche io.

Una comunità che, a livello paese, non è ancora riuscita a trasformare tante singole intelligenze ed eccellenze in un'intelligenza di sistema. Quella comunità che non ha coltivato l'ambizione di raccontare la scienza affinché della scienza possano essere condivisi metodi, presupposti e risultati. Troppe volte abbiamo detto: «Non capiscono quello che diciamo e che facciamo. Colpa loro». Io penso invece che molto è anche colpa nostra. Sono fortemente convinto che abbiamo bisogno di una rinnovata retorica (nel senso più alto) della scienza, della tecnologia e dell'innovazione. Una retorica in grado finalmente di raccontare coinvolgendo i nostri interlocutori, una retorica in grado di spiegare e motivare. Spiegare il metodo e motivare le scelte per rendere chiaro il senso, creando un consenso basato proprio sulla scienza. Solo in questo modo anche scelte o risultati non necessariamente positivi o immediati saranno probabilmente accettati con maggiore serenità e fiducia. Vogliamo capire come andare a raccontare che le cure hanno una probabilità di successo e non funzionano come un sistema binario?  Vogliamo capire come andare a raccontare a un operaio che cambierà (o perderà) il lavoro per effetto dell'automazione che il suo disagio (o tragedia) non è da imputare al progresso tecnologico, ma all'incapacità della politica e della società di preparare e assicurare un posto per lui all'interno della realtà in trasformazione ormai da decenni? Vogliamo capire come raccontare ai politici ed ai governanti che le tecnologie (e il loro presupposto scientifico) devono prima essere comprese, per poi governarle per il bene dei cittadini? Vogliamo finalmente capire come raccontare il cambiamento e soprattutto capire che essendo noi i generatori di questo cambiamento abbiamo la responsabilità di raccontarlo?

Le nostre società sono basate completamente sulla scienza e sulla tecnologia, e da esse dipendono. Serve una rinnovata Weltanschauung (visione del mondo) e la comunità scientifica ha la responsabilità di contribuire a crearla. Una responsabilità enorme, una responsabilità non più eludibile. L'innovazione è tale solo è condivisa ed accettata. In una società come quella attuale è ancora più vero quanto diceva Giuliano Toraldo di Francia: «Bisogna fare delle tecnologie a misura d'uomo, ma anche degli uomini e donne a misura di tecnologie». La comunità scientifica deve trovare i modi per parlare al paese in maniera competente, chiara e rapida. Il tempo è fondamentale. Ricucire il paese passa anche per ricucire il rapporto tra la scienza, la tecnologia e la società. Società in cui ciascuno deve fare e bene la sua parte. Solo così, per dirla alla Pasolini, saremo tutti insieme in grado di far coincidere lo sviluppo con il progresso. Quel progresso di cui il nostro paese ha maledettamente bisogno.

* Università degli Studi di Napoli Federico II
Sabato 28 Ottobre 2017, 19:12
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