La sfida è la produttività
e il Sud non puà perderla

di Gaetano Vecchione*

Si racconta che Joseph Schumpeter, economista e professore ad Harvard dal 1932 fino alla sua morte nel 1950, aveva paura di volare in aereo, non aveva mai preso la patente per paura di guidare la macchina e che, solo in un'occasione, aveva preso la metropolitana che collega Boston a Cambridge. È curioso come uno degli economisti più influenti del secolo scorso, grande assertore della funzione determinante dell'imprenditore-innovatore nei processi di sviluppo economico, sia stato così conservativo nelle sue scelte ordinarie senza cogliere i frutti dell'innovazione che lui stesso riteneva essere il motore delle moderne economie.

Oggi non è possibile prescindere da tali frutti; le innovazioni tecnologiche hanno assunto una veste così pervasiva da non consentirci una vera scelta: siamo costretti a partecipare al gioco con queste regole facendo nostre le tecnologie, senza esitazione. Così usufruiamo di servizi apparentemente gratuiti ma che in realtà paghiamo autorizzando la commercializzazione dei nostri dati personali; siamo dotati di dispositivi tecnologici che se oggi sono un prolungamento del nostro corpo, presto ne costituiranno parte integrante; utilizziamo piattaforme digitali che hanno creato nuovi mercati spiazzando definitivamente il concetto di luogo fisico ideato per l'incontro personale; viviamo in costante connessione, soddisfatti e allo stesso tempo ossessionati dall'essere sempre più produttivi. Le innovazioni tecnologiche hanno quindi già da tempo mutato il nostro modo di interpretare il tempo libero e stanno adesso cambiando ancor più radicalmente il mondo del lavoro e della produzione. Solo quando questo processo sarà terminato potrà dirsi compiuta la cosiddetta IV rivoluzione industriale.

Ma come avviare questo processo? Industria 4.0 può davvero costituire un'opportunità per l'Italia e per il Mezzogiorno? Secondo molti studiosi il Paese non è in grado di crescere per un problema di produttività, ovvero della capacità con cui i diversi input sono combinati e utilizzati nel processo produttivo. Le ragioni di questa scarsa dinamica della produttività sono molteplici e tra queste ve ne è sicuramente una riconducibile all'incapacità del Paese di integrare sistematicamente le innovazioni ICT figlie della III rivoluzione industriale. Tale problematica è accentuata dal fenomeno della polverizzazione del sistema produttivo che non è capace di promuovere investimenti in ricerca e sviluppo in maniera sistematica. Il risultato è che le PMI italiane sono intrappolate tra un modello di politica industriale debole, ancorato a trasferimenti e sussidi erogati senza un convincente disegno strategico, e alcune carenze strutturali (in riferimento a certezza del diritto, corruzione, sistema finanziario bancocentrico, business environment) che hanno generato regole del gioco perverse, che privilegiano atteggiamenti conservativi e di protezione della rendita. Non mancano imprenditori coraggiosi e capaci di competere sui mercati internazionali; tuttavia il tessuto imprenditoriale resta strutturalmente incapace di generare innovazione e di imporsi su scala globale.

A queste carenze più generali si aggiunge la sostanziale assenza di grandi gruppi industriali capaci di trainare il Paese e la sua economia sulla frontiera tecnologica dell'innovazione e della ricerca. Tutte queste problematiche sono accentuate nel Mezzogiorno dove si produce soltanto l'11% del valore aggiunto del manifatturiero italiano e dove il tessuto produttivo è poco spesso e poco ramificato.

Dunque, tornando alla domanda iniziale: come avviare il processo di Industria 4.0? Il MISE (Ministero dello Sviluppo Economico) e buona parte delle regioni italiane (con la riconosciuta leadership di Emilia Romagna e Campania) hanno predisposto un insieme di misure per renderlo possibile. Sono strumenti perfettibili naturalmente e il passo decisivo è renderli operativi ed efficaci senza permettere che si perdano nelle burocrazie ministeriali o delle regioni. La vera difficoltà consisterà nel far condurre alle stesse aziende questa partita facendo in modo che le Istituzioni si limitino a creare le giuste condizioni tracciando le traiettorie di lungo periodo e le università a formare nuove professionalità e a produrre buona ricerca curando il trasferimento tecnologico. È dunque necessario scardinare la trappola che blocca le Pmi italiane e meridionali attraverso nuovi canali di generazione e trasmissione dell'innovazione con al centro imprese medio-grandi che, affiancate dalle università, siano in grado di moltiplicare e diffondere gli effetti benefici dell'innovazione tecnologica; in questa direzione va il Competence Center che guiderà l'Università di Napoli Federico II così come contemplato nel piano Industria 4.0 del MiSE.

Non è più culturalmente possibile immaginare un Paese che limiti il discorso pubblico sulla competitività esclusivamente ai temi del costo della manodopera o dell'outsourcing (tipici argomenti Industria 2.0), del cuneo fiscale o delle rigidità sindacali (temi importanti ma ormai ben noti). E' dunque centrale parlare di innovazione e trovare nuove vie per realizzarla, anche a costo di sbagliare. Con molta probabilità un po' di innovazione in più non risolverà tutti i problemi che attanagliano il Paese e il Mezzogiorno d'Italia ma non provarci sarebbe un imperdonabile errore.

* Università degli Studi di Napoli Federico II
Domenica 25 Giugno 2017, 21:14
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