Industria 4.0, al Sud
si può fare di più

di Nando Santonastaso

Non è un caso forse molto conosciuto quello della Tower (indotto automotive, capitale americano) di Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta, ma spiega in modo fin troppo chiaro perché Industria 4.0, il piano lanciato dal governo per spingere le aziende all’innovazione, non è caduto in un deserto al Sud o, peggio, ha dato un ulteriore colpo di freno all’occupazione. Alla Tower, 225 dipendenti a tempo pieno, hanno comprato una megapressa di fabbricazione tedesca ad altissima tecnologia con la quale non solo forniscono componenti all’Alfa Giulia targata Fca ma da qualche tempo anche all’Audi elettrica che la casa del gruppo Volkswagen sta già producendo.

Un investimento da 8 milioni (più altri 11 milioni per adeguare i servizi della fabbrica) che ha garantito la permanenza al lavoro di tutto il personale. «Senza di esso non ce l’avremmo potuta fare» dice Corrado Grasso, direttore dello stabilimento, un precursore di quanto poi è avvenuto con Industria 4.0 e con i super incentivi per investire («Mi sto ancora mangiando le mani» confessa con autoironia Grasso).

Il caso Tower aiuta a capire perché i dati illustrati ieri dal ministro Carlo Calenda nella Cabina di regia di Industria 4.0 hanno una valenza anche meridionale, a dispetto del pessimismo dei tanti che avevano profetizzato un provvedimento a trazione esclusivamente settentrionale. In quel 9 per cento in più di investimenti registrato grazie agli incentivi per chi ha puntato sull’innovazione e sul digitale c’è un peso del Mezzogiorno nient’affatto trascurabile pur senza essere ancora soddisfacente. «L’Italia non è un Paese senza Sud per investimenti 4.0» dice l’assessore regionale alle Attività produttive della Campania Amedeo Lepore, unico rappresentante meridionale nella Cabina.

Lo dimostra il fatto che una buona parte dei Contratti di sviluppo sottoscritti dalle multinazionali che operano nella regione si muovono proprio in questa direzione, dalla General Electric Avio alla Denso, dalla Nestlé alla Whirlpool. E con impatti sull’occupazione importanti perché garantire posti di lavoro e sperare di incrementarli grazie alla robotica è una svolta a tutto tondo oltre che una scelta ormai irreversibile. Il governo ieri ha annunciato che gli incentivi di Industria 4.0 ci saranno anche nel 2018 (ma non si esclude una revisione degli importi) e soprattutto che si può già passare alla seconda fase del Piano, quella che lo allarga a “Impresa 4.0” senza snaturarne lo spirito originario.

Ovvero, chi investe in tecnologia pur operando nei servizi o nel terziario avanzato può avere diritto alle risorse in campo. L’obiettivo è ampliare la platea delle imprese moderne e tecnologicamente avanzate, presupposto indispensabile per la crescita della competitività del sistema-Paese. Ma, a guardare più in profondità, non si può non leggere anche un’altra enorme opportunità per le pmi meridionali che al di fuori del manifatturiero non sono né poche né senza prospettive di mercato. Il momento sembra propizio (l’economia sta risalendo e al Sud gli spazi sono ancora maggiori considerato l’enorme ritardo accumulato anche a causa della crisi) e il miglioramento complessivo del sistema bancario, con le sofferenze in forte calo, induce a un pizzico di ottimismo.

Ma perché Impresa 4.0 trovi terreno fertile anche qui occorrono varie condizioni. La prima è che le microimprese si aggreghino tra di loro vincendo resistenze e individualismi ormai senza giustificazione e anzi del tutto controindicati per la loro stessa sopravvivenza. La seconda è che il mondo della formazione fornisca un supporto serio e qualificato, sfruttando ad esempio una delle novità annunciate ieri da Calenda, la possibilità cioè di utilizzare il credito d’imposta già previsto per consentire ai lavoratori (ma anche agli studenti) di essere dotati delle necessarie competenze per partecipare alle sfide 4.0.

La terza condizione è che al più presto il sistema universitario entri in sinergia costante e mirata con il mondo delle imprese: Industria 4.0 avrebbe già dovuto dotarsi dei competence center, ovvero dei poli di eccellenza accademica deputati a lavorare gomito a gomito con le aziende che investono sull’innovazione. Calenda ieri ha ammesso il ritardo ma anche assicurato che non ne saranno tollerati altri. Al Sud la Federico II e il Politecnico di Bari sembrerebbero sicuri di far parte del ristrettissimo elenco ma per ora l’investitura non c’è e il “vuoto” non è solo virtuale. E a nessuno sfugge che incentivi, piani e innovazione non possono fare a meno della ricerca e dei suoi interpreti: la vera sfida della quarta rivoluzione industriale è quella dei nuovi saperi. Senza di loro anche i robot si fermerebbero, prima o poi. 
Martedì 19 Settembre 2017, 22:37 - Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 08:09
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