Industria 4.0, Sud in coda
e per le pmi si fa durissima

di Achille Flora *

L'economia della regione Campania cresce, nel 2016, ad un tasso del 3,2% superiore a tutte le altre regioni italiane, con riflessi positivi sui livelli occupazionali. Una positività che deriva da diversi fattori, alcuni esterni all'area, altri interni. Un migliorato clima di fiducia ha visto crescere imprese attive e società di capitali in misura maggiore in Campania sul Mezzogiorno, verificando anche un calo d'imprese micro e piccole, come effetto della selezione darwiniana della crisi.
In questo scenario s'inserisce il Piano Industria 4.0 progettato per rimediare al ritardo tecnologico del sistema produttivo ed elevarne la competitività. Un ritardo grave nel Mezzogiorno, dove l'industria manifatturiera ha subito pesantemente gli effetti della crisi. I primi risultati del Piano Industria 4.0 evidenziano una crescita dell'11% nel 2017 degli investimenti innovativi agevolati con Industria 4.0 che hanno interessato circa i 2/3 delle imprese. Ci dicono anche, però, che gli investimenti innovativi si distribuiscono in base ai livelli di specializzazione produttiva, di produzione innovativa e al crescere della dimensione d'impresa. Non sorprende, quindi, che la loro distribuzione territoriale, avvantaggi il Centro-Nord rispetto al Mezzogiorno, dove prevalgono micro e piccole imprese, con poche medie e rare grandi.

La domanda da porsi è se Mezzogiorno e Campania, attraverso questi strumenti agevolativi, riescano a fare tale salto qualitativo. Segnali positivi derivano, oltre che dalla crescita del Pil e dell'export, dalla maggiore crescita delle startup innovative in Campania (+47,8%), con la Campania regione meridionale con il loro maggior numero. Non dimenticando, però, che nel Mezzogiorno le startup innovative sono solo 1.790 contro le 5.964 del Centro Nord. Certo la Campania presenta la maggior crescita d'imprese attive (+1,2%) e la maggior quota d'imprese in rete nel Mezzogiorno (1.589) ricordando però che in Lombardia sono 3.012 e nel Centro-Nord 16.381 rispetto alle 6.040 nel Mezzogiorno. Segnali positivi ma che richiedono politiche di rafforzamento.

La struttura produttiva campana è complessa, per la compresenza di settori tradizionali e innovativi. Prevale la dimensione micro e piccola d'impresa in cui si rileva la diffusione di una strategia di contenimento dei costi, anche ricorrendo all'utilizzo di lavoro irregolare e non rispettando normative su sicurezza del lavoro e smaltimento dei rifiuti speciali.

La bassa specializzazione dei Sistemi Locali del Lavoro disperde la forza delle economie di agglomerazione, evidenziata dalla diffusione regionale dei comparti di abbigliamento e agroalimentare. Nessuno dei distretti industriali regionali figura nei primi trenta distretti italiani per capacità di esportazione, perché ad eccezione della filiera della Mozzarella di Bufala Campana, cala l'export degli alimentari di Avellino, delle conserve di Nocera, delle calzature napoletane (Grumo Nevano) e della concia di Solofra. Quest'ultima è in una fase di riconversione dei prodotti, per concentrarsi su quelli di alta gamma (calzature, valigeria e interni auto), dotandosi anche di centri di ricerca e stazioni sperimentali.

Più che sul modello del distretto industriale, in Campania minato dal mancato auto-contenimento territoriale delle imprese e dalla bassa disponibilità a cooperare e mettersi in rete, la forma prevalente è quella delle filiere produttive, nei settori tradizionali e tecnologici. Mentre le filiere aerospaziali e farmaceutiche, inserite in catene globali del valore, si adeguano alle nuove tecnologie, l'obiettivo maggiore è quello d'immetterle nei settori tradizionali, automatizzando le fasi produttive, là dove non è necessario l'intervento artigianale. L'utilizzo delle stampanti 3D potrebbe consentire di personalizzare i prodotti, elevando i livelli di produttività senza abbassarne quelli qualitativi.

Molti problemi frenano il dispiegarsi del Piano Industria 4.0, dalla diffusione della banda ultralarga all'adeguamento dei lavoratori alle competenze digitali, e in cui assume rilievo l'eccessiva dipendenza dal sistema bancario. Mentre in Italia avanzano nuovi strumenti finanziari rivolti alle pmi, essi sono poco diffusi nel Mezzogiorno. Per i Mini-Bond, su 137 imprese emittenti al 2017, 85 sono in Lombardia e solo 17 in Campania, 8 in Sicilia, 3 in Abruzzo e 2 nelle altre regioni meridionali. Con l'Equity Crowdfunding, raccolta di capitali sottoscrivendo sul web titoli di partecipazione al capitale societario, sono state finanziate 97 start-up e 7 pmi innovative, 43 sono in Lombardia e nessuna in Campania. L'attività del Fondo di Garanzia ha consentito di finanziare 17,5 miliardi di euro nelle pmi ma ancora insufficiente per soddisfare una platea molto vasta.

La maggiore occupazione industriale in Campania è nelle micro e piccole imprese e un loro mancato adeguamento potrebbe tradursi in una crescita socialmente non sostenibile. Secondo il ministro Calenda, il ritardo nella creazione dei Centri di competenza rappresenta un fallimento per la diffusione del Piano industria 4.0. Questi Centri andrebbero diffusi nei territori regionali, non limitandoli alle filiere tecnologiche ma estendendoli alle pmi nei settori tradizionali. Forse bisognerebbe tornare a sporcarsi le scarpe, come affermava Manlio Rossi-Doria, creando nei territori centri di competenza, che analizzino le problematiche delle piccole imprese e le accompagnino verso una capacità di adattamento delle nuove tecnologie nei settori tradizionali.

* docente nelle Università Vanvitelli e Orientale
Mercoledì 28 Febbraio 2018, 11:51 - Ultimo aggiornamento: 25 Febbraio, 00:00
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