Dai tagli alla ricerca,
il rischio declino del Paese

di Antonio Pescapè*

Siamo agli inizi degli anni Sessanta, in pieno boom economico. E mentre in televisione gli italiani guardano Studio Uno, Canzonissima e Carosello e alla radio ascoltano i primi anni di Tutto il calcio minuto per minuto, ad Ivrea, un gruppo di ingegneri guidati dall'ingegnere capo Pier Giorgio Perotto sta lavorando alla Olivetti P101 (soprannominata appunto la Perottina). La Perottina, venduta a decine di migliaia in tutto il mondo, è stato il primo esempio di PC (Personal Computer) della storia: una macchina elettronica programmabile a basso costo e dalle dimensioni contenute, con un linguaggio di programmazione semplice ed una memoria su cui scrivere e trasferire applicazioni. Un oggetto tra l'altro dal design innovativo e particolarmente ricercato, opera dell'architetto Mario Bellini - che ha cambiato la storia della tecnologia, diffondendo nel mondo il primo esempio di computer da tavolo e cambiando per sempre la storia dell'informatica.

C'è stato quindi un momento, più di cinquanta anni fa, in cui l'Italia è stata in anticipo sul resto del mondo nello sviluppo di nuove tecnologie digitali; tecnologie che hanno cambiato il lavoro e la vita dell'uomo. Tecnologie che quel mondo lo hanno cambiato completamente e per sempre. E la Perottina non è l'unico caso di tecnologia digitale nata in Italia o da italiani.

Il primo microprocessore della storia, l'Intel 4004, lo ha realizzato Federico Faggin nel 1971, aprendo la strada allo sviluppo dei moderni calcolatori a microprocessore. Sviluppo che fu immediatamente capitalizzato da Bill Gates che nel 1975 fondò la Microsoft e da Steve Jobs che nel 1976 fondò la Apple. Ma l'eccellenza, il talento, le competenze, la capacità di guardare ed interpretare il futuro tecnologico degli studiosi e dei tecnologi italiani non si fermano agli albori dei PC e dell'informatica di consumo. Tutt'altro. Prosegue e arriva ai giorni nostri.

Leonardo Chiariglione - nel 1988 fonda l'MPEG, lavorando alla compressione dell'audio e del video digitale e dal suo lavoro nasce il formato di codifica MP3: senza questo suo contributo non avremmo mai potuto ascoltare la musica che ascoltiamo oggi sui nostri dispositivi, smartphone in primis, e non avremmo mai visto milioni di persone correre, camminare, lavorare indossando degli auricolari ed ascoltando musica digitale. Ed anche il web (ed in particolare i motori di ricerca che usiamo per cercare le informazioni) è così come lo vediamo oggi grazie al lavoro di un italiano. Massimo Marchiori nel 1997 presenta Hyper Search, un modello di motore di ricerca che a differenza di quelli usati sino a quel momento non basava il suo funzionamento su un ranking associato ad una singola pagina bensì proponeva di usare le relazioni tra la pagina ed il resto del web. Il lavoro di Marchiori fu di ispirazione per due studenti dell'Università di Stanford, che proposero un approccio chiamato PageRank ispirato ad Hyper Search. I due studenti si chiamavano Larry Page e Sergey Brin. Gli stessi Page e Brin che il 4 settembre 1998 fondarono Google, basato proprio sull'algoritmo PageRank.

Da un lato quindi l'eccellenza italiana in grado negli anni di contribuire alla conoscenza e fornire fondamenti e prototipi per le tecnologie digitali alla base della società moderna; dall'altro un Paese l'Italia che non è riuscito a sfruttare questi primati per avere un ruolo da protagonista nel mercato delle tecnologie digitali, e nel contempo non è stato in grado di svilupparsi e crescere seguendo lo sviluppo tecnologico mondiale al quale ha contribuito pesantemente con i suoi tecnici e studiosi. Sviluppo tecnologico che ha fatto crescere l'economia e la ricchezza in altri paesi, come gli Stati Uniti nei quali oggi è sviluppata molta della tecnologia digitale dalla quale dipendono la nostra società e le nostre vite. Cosa è successo? Cosa non ha funzionato?

Negli anni in cui i Paesi sviluppati crescevano ed investivano nelle tecnologie digitali, l'Italia continuava ad investire nei settori tradizionali (nei quali processi e beni prodotti sono facilmente replicabili altrove) preoccupandosi spesso solo di difendere il marchio e di competere sul prezzo con produttori (di altri paesi) con un costo del lavoro più basso. Ci siamo trovati con un sistema che negli anni ha perso competitività e nel farlo, invece di provare ad invertire la rotta investendo in ricerca ed innovazione, ha fatto esattamente il contrario: la ricerca l'ha tagliata. Un Paese che non è stato in grado di investire in tutti gli asset immateriali in grado di accompagnare lo sviluppo delle tecnologie e con esso la crescita del sistema paese, fatto da cittadini, imprese e pubblica amministrazione. Se a questo aggiungiamo l'immobilismo tutto italico, la paura di fallire e la visione spesso timorosa e attendista nei confronti della tecnologia e dell'innovazione che ritarda o impedisce decisioni - da un lato in attesa di soluzioni tecnologiche migliori, dall'altro in virtù di un protezionismo anacronistico - ecco che lo scenario di massima è delineato.

Scenario che si traduce nelle difficoltà incontrate nella vita di tutti i giorni da istituzioni e cittadini, ed i cui effetti su entrambi sono ben descritti nel rapporto dello scorso ottobre presentato alla Camera dalla Commissione Parlamentare di inchiesta sul livello di digitalizzazione e innovazione delle pubbliche amministrazioni e sugli investimenti complessivi riguardanti il settore delle tecnologie e della comunicazione. Rapporto, di più di 300 pagine, dal quale emerge innanzitutto che la trasformazione digitale è ben lontana dall'essere realizzata. Esso rileva una scarsa conoscenza e applicazione della normativa relativa al digitale, con particolare riferimento al D.Lgs. n. 82/2005 (CAD), che mina i principi di legalità, buon andamento e responsabilità in quanto vengono costantemente violati i diritti di cittadinanza digitale e che le pubbliche amministrazioni, nella grande maggioranza dei casi, approcciano il tema del digitale in modo episodico e non organico. Sicuramente non strategico e non prioritario. Una (mi viene da dire, non sorprendente) chiave di lettura che viene fornita è che l'adesione alle infrastrutture immateriali sembra essere il più delle volte un atto compiuto con la logica dell'adempimento simbolico piuttosto che un deciso cambio di paradigma che porti alla trasformazione completa dei servizi. Con riferimento alle competenze, emerge come la mancanza di consapevolezza dell'importanza del digitale ha portato la PA, negli anni, a non dotarsi delle competenze tecnologiche, manageriali e di informatica giuridica necessarie e l'amministrazione sceglie di fare ampio ricorso al mercato. Con riferimento alle risorse visto il ritardo accumulato dal nostro Paese è auspicabile che la spesa di sviluppo e innovazione tecnologica nei prossimi anni aumenti e relativamente agli acquisti e agli approvvigionamenti si deve uscire dalla logica del massimo ribasso sul costo dei function point e passare ad una logica di prodotto, con opportune metriche di qualità.

Insomma un quadro, ben noto agli addetti ai lavori, molto desolante. Un quadro che viene confermato anche da altri studi che vedono l'Italia lontana dai primi posti per penetrazione e consapevolezza nell'utilizzo di tecnologie digitali, per la copertura in banda larga (per la quale la Campania è una delle prime regioni in Italia) ed utilizzo delle tecnologie ICT nelle pmi e da parte dei cittadini. Il piano Industria 4.0 ha come obiettivo principale quello di supportare e favorire la digitalizzazione e l'automazione delle nostre imprese e rappresenta sostanzialmente uno strumento economico per le aziende che vogliono migliorare la produzione di beni e servizi attraverso l'utilizzo di tecnologie dell'informazione e dell'automazione. Non è, ovviamente, la soluzione. Ma è un passo importante.

Ma serve lavorare immediatamente anche ad altro. Innanzitutto serve lavorare sulla domanda, dopo aver cominciato a lavorare sull'offerta. Serve poi applicare un piano analogo anche alla Pubblica Amministrazione. E, ancora, lavorare sulla formazione e sulle competenze (cross-disciplinari e specialistiche) per diffondere il necessario know-how alla base di quelle che oggi sono le società e le economie digitali. Un know-how che deve essere caratterizzato - nelle scuole, nelle università, nei centri di ricerca pubblici e privati, nelle nuove officine digitali, nelle aziende ed in tutta la società - dalla libertà di ricercare ed inventare. Libertà che sicuramente porterà a sconfitte e fallimenti ed è per questo che si deve lavorare, e tanto, sulla cultura del rischio e della sconfitta, che è parte fondamentale dei processi di sperimentazione, innovazione e ricerca.

Processi che il Paese deve mettere al centro della sua agenda. Perché la strada verso la Perottina del terzo millennio passerà necessariamente per tanta formazione, tanta ricerca e sicuramente per tante sconfitte. Ma è solo così che ritroveremo la strada che porta al futuro. Quella strada che in passato avevamo imboccato ma che ad un certo punto abbiamo smarrito.

*Università degli Studi di Napoli Federico II
Lunedì 27 Novembre 2017, 19:17 - Ultimo aggiornamento: 28 Novembre, 17:56
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