Cellulari, tablet, accessi wifi:
la ricerca frena l'inquinamento

di Nicola Pasquino *

Se ne parla tanto; se ne parla, forse, troppo. Di certo, spesso se ne parla a sproposito e sulla base di informazioni senza basi scientifiche, complice anche la facilità con cui ormai tutti possono dire la propria su internet contribuendo a diffondere disinformazione. E ciò avviene già dal nome: perché se inquinamento elettromagnetico o elettrosmog sono termini che possono servire a catturare l'attenzione, allo stesso tempo trasmettono l'idea di un fenomeno che incide negativamente sulla nostra vita e che mette a rischio la nostra salute. Quando si parla di certi argomenti, invece, è opportuno restare asettici, per quanto ciò comporti il rischio di non catturare l'attenzione del lettore.

E allora, proviamo a dare qualche informazione oggettiva e basata su fatti sperimentali, cioè veri ed appurati dalla Scienza, sul fenomeno che va sotto il nome di esposizione umana ai campi elettromagnetici. Esso è diventato di grande interesse e ritorna periodicamente sulle pagine dei giornali a causa dell'uso sempre maggiore di sistemi di telecomunicazione e dispositivi elettronici che emettono energia sotto forma di radiazione elettromagnetica: cellulari, tablet, smart watches, punti di accesso wifi sono tra le sorgenti artificiali del campo elettromagnetico di cui la nostra quotidianità è sempre più pervasa. In particolare, ogni volta che sulla scena appare una nuova tecnologia cellulare (è successo con il GSM (2G), poi con l'UMTS (3G), con l'LTE (4G) e sta succedendo di nuovo ora che si parla di 4.5G e 5G), ecco che nella popolazione ritorna l'ondata di preoccupazione sui possibili effetti che i campi hanno sulla salute.

Preliminarmente, va subito detto che i sistemi di telecomunicazione impiegano frequenze che cadono nella banda delle radiazioni non ionizzanti, ovvero di energia tale da non poter strappare via elettroni dagli atomi e, quindi, provocare un deterioramento delle cellule come invece avviene per, ad esempio, i raggi X usati per le radiografie, alle quali infatti bisogna sottoporsi solo in caso di reale necessità e su specifica indicazione medica perché l'eccessiva esposizione ai raggi X può provocare nel tempo la degenerazione del Dna cellulare e la conseguente insorgenza di effetti dannosi per l'uomo quali il cancro.

Affrontata questa prima, fondamentale, classificazione, è opportuno dividere ulteriormente le radiazioni non ionizzanti in due ulteriori intervalli, quello delle basse e delle alte frequenze, il cui limite è tipicamente posto intorno al megahertz: al di sotto di tale soglia, se l'intensità del campo elettromagnetico è sufficientemente elevata, si possono generare correnti nel corpo che interferiscono con i segnali funzionali che viaggiano attraverso le terminazioni nervose e muscolari. Ecco allora che si può provare un senso di nausea quando ci sottoponiamo ad una risonanza magnetica a causa dell'intenso campo magnetico statico, o spasmi muscolari quando un corpo è immerso in un campo elettromagnetico di significativa entità. Salendo con la frequenza e arrivando all'intervallo tipico delle telecomunicazionil'effetto dell'interazione con il corpo umano è quello di un trasferimento di energia che provoca un riscaldamento della zona esposta: è questo l'unico effetto certo, ovvero appurato dalla scienza, dovuto al campo elettromagnetico ad alta frequenza. A tal proposito è opportuno evidenziare che dal 2013 l'IARC ha classificato i campi elettromagnetici come possibilmente (o sospetti) cancerogeni per l'uomo (Gruppo 2B). Il gruppo 2B rappresenta la più bassa tra le categorie per le quali si può riconoscere un ruolo dell'agente in esame nella cancerogenesi e vi appartengono 299 agenti, fra cui (solo per citarne alcuni più noti): i sottaceti, il caffè, l'arnica, il nickel in forma metallica e in lega. La classificazione si basa su una limitata evidenza di cancerogenesi nell'uomo; come la stessa IARC chiarisce, ciò significa che, a giudizio degli esperti, un'associazione causale si ritiene credibile, ma altri fattori come distorsioni, fattori di confondimento o causalità potrebbero essere responsabili della correlazione osservata.

La Commissione sulla Protezione dalla Radiazioni Non Ionizzanti (ICNIRP), ente tecnico di cui si avvale l'Ue in materia di campi elettromagnetici, ha provveduto, attraverso l'analisi degli studi scientifici sul tema, a indicare i livelli di esposizione al campo elettrico e magnetico (e di tutte le grandezze ad esso correlate quali le correnti indotte in un corpo) che non devono essere superati per garantire la salute dell'uomo, sia nel caso della popolazione sia dei lavoratori. Tali limiti, è bene chiarirlo, sono tipicamente ben più alti di quelli che riscontriamo nella nostra quotidianità. L'Italia ha però voluto fare di più, adottando con il DPCM 8 Luglio 2003 un limite di esposizione per la popolazione al campo elettrico ad alta frequenza di 6 V/m negli ambienti destinati a permanenza prolungata come le abitazioni, o che abbiano una particolare valenza sociale come scuole, ospedali, parchi e giardini pubblici. Tale valore è ben al di sotto rispetto a quelli raccomandati dall'Unione Europea in base agli studi dell'ICNIRP perché si è ritenuto di attuare una politica di particolare protezione verso le esposizioni prolungate a livelli di campo bassi più che verso gli effetti immediati (effetti acuti) che si verificano durante l'esposizione a livelli maggiori (e che sono quelli di cui abbiamo brevemente parlato in precedenza).

L'Università Federico II è pienamente coinvolta nello studio dell'esposizione ai campi elettromagnetici attraverso diverse linee di ricerca: il Laboratorio di Compatibilità Elettromagnetica del Dipartimento di Ingegneria Elettrica e delle Tecnologie dell'Informazione, ad esempio, svolge ricerca finalizzata allo studio delle metodologie più corrette per la misurazione dei livelli del campo elettromagnetico affinché il valore indicato come livello di esposizione sia affetto da bassa incertezza, ovvero sia realmente significativo dell'intensità di campo a cui l'essere umano è sottoposto. Ancora, il Laboratorio svolge attività in collaborazione con i gestori di servizi cellulari per ottimizzare la configurazione della rete ed avere così un miglior servizio con una riduzione di potenza irradiata, con conseguente riduzione dei livelli di esposizione. È significativo inoltre ricordare che è stato da poco sottoscritto un protocollo di intesa con l'Arpac per condividere competenze e risorse umane e strumentali per un più efficace controllo del territorio e per lo sviluppo di attività di ricerca. La multidisciplinarità tipica dell'argomento fa sì che il Laboratorio svolga seminari per il territorio e collabori attivamente da anni con il Dipartimento di Biologia per verificare gli effetti biologici dei campi sulle strutture cellulari, in un progetto di ricerca a cui da poco si è unita l'Enea di Frascati e che siano in corso contatti con l'Irea del Cne per lo sviluppo di un progetto di ricerca congiunto.

* Università degli Studi di Napoli Federico II
Mercoledì 28 Febbraio 2018, 11:55 - Ultimo aggiornamento: 25 Febbraio, 00:00
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