Un prelievo sulle attività inquinanti per ridurre le tasse sul reddito

Un impianto industriale
di Giovambattista Palumbo*

Nel settore della tutela dell’ambiente appare evidente l’importanza della leva fiscale. In Italia, per esempio, la politica diretta al sostegno delle fonti fossili non risulta pienamente conforme agli standard internazionali. E soprattutto non risulta orientata all’agevolazione di fonti alternative a minor impatto ambientale e ad una tassazione che consenta di favorire l’innovazione e l’efficienza in termini di emissioni di CO2. In relazione all’introduzione di una tassazione ambientale, lo studio dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, Environmental Tax Reform in Europe: implications for income distribution and opportunities for eco-innovation, mette del resto in evidenza come i governi potrebbero diminuire le tasse sul reddito, spingere l’innovazione e tagliare le emissioni, introducendo tasse specifiche e mirate sulle singole attività inquinanti, e reinvestendo poi il ricavato nel far crescere l’economia del futuro.

Intervenire dunque con un razionale sistema di fiscalità ambientale, oltre a maggiori entrate, comporterebbe una sostanziale giustizia redistributiva e un evidente incentivo a buone pratiche di salute pubblica. La leva fiscale dovrebbe essere quindi usata come strumento per agevolare la potenzialità positiva che è sicuramente collegata allo sviluppo di settori innovativi. Anche perché, dove sviluppata, una seria politica fiscale ambientale ha poi portato notevoli risultati. In Canada, ad esempio, la Columbia britannica, già dal 2008, al fine di ridurre gli effetti inquinanti dei carburanti tradizionali, ha introdotto una carbon tax (una tassa sulle risorse energetiche che emettono biossido di carbonio nell'atmosfera), che ha incentivato anche nuove soluzioni industriali, con una riduzione di almeno il 5,5% di gas nocivi e un aumento dei posti di lavoro nella cosiddetta economia “pulita”. Il sistema della provincia della Columbia britannica è del resto progettato (e questa sarebbe un’indispensabile “clausola di salvaguardia” da adottare anche nel nostro Paese) per essere neutrale dal punto di vista delle entrate fiscali, nel senso che le risorse incamerate attraverso la carbon tax vengono poi restituite alla collettività attraverso agevolazioni fiscali e crediti d’imposta.

Analoghe iniziative stanno assumendo anche Cina, Brasile, Cile, Turchia e Sud Africa. Mentre i Paesi scandinavi hanno puntato da tempo sulle energie rinnovabili, introducendo imposte sulle emissioni di CO2 ed incentivando gli investimenti in energie alternative, a basso impatto ambientale. La Danimarca, per esempio, mira a diventare indipendente da tutti i combustibili fossili entro 40 anni. E il “bello” è che lo sviluppo delle rinnovabili viene sostenuto anche tramite le royalties del petrolio. La strategia del governo danese è semplice: l’obiettivo di lungo termine è costruire un’economia verde al 100%, ma intanto si sfruttano le riserve petrolifere, sia per ridurre le importazioni dall’estero, sia per aumentare la raccolta fiscale derivante dalle estrazioni fatte nel paese e contribuire così allo sviluppo delle fonti rinnovabili. E allora sarebbe utile, anche in Italia, premiare l’efficienza in termini di emissioni di CO2 tramite l’introduzione di una carbon tax sulla produzione termoelettrica, o comunque mediante un intervento sull’accisa, da differenziare sulla base delle emissioni di CO2 prodotte. Anche considerato che, oggi, la relazione esistente fra le aliquote di accisa e i costi esterni ambientali dei principali carburanti è anche contraddittoria.

L’accisa sul gasolio, a parità di contenuto energetico, è infatti del 25% inferiore rispetto alla benzina, nonostante i costi esterni ambientali delle auto a gasolio siano in media del 78% maggiori delle auto a benzina. E quanto all’accisa sull’elettricità, questa è differenziata a seconda degli usi e degli scaglioni di consumo, indipendentemente però dai costi esterni ambientali delle fonti energetiche/ tipologie di impianti. In conclusione, i danni ambientali e sanitari provocati dall’inquinamento ammontano in Italia a quasi 50 miliardi di euro all'anno. Ed anche in questo caso vi è un sostanziale squilibrio tra pagato e subito. Basti pensare, infatti, che il settore delle famiglie paga imposte ambientali per circa 25 miliardi a fronte di (soli) 15 miliardi di esternalità negative prodotte. Intervenire dunque con un razionale sistema di fiscalità ambientale, oltre a entrate molto rilevanti, comporterebbe una sostanziale giustizia redistributiva e un “sano” incentivo a buone pratiche di salute pubblica.


*Direttore Osservatorio Politiche Fiscali Eurispes





 
Lunedì 2 Luglio 2018, 13:03 - Ultimo aggiornamento: 8 Ottobre, 15:58
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