Tim, ecco il piano: 30mila dipendenti con la regia di Cdp

di Andrea Bassi

1
  • 1
 Il documento, di tre pagine, gira da qualche tempo sui tavoli dei ministri interessati. Lo si potrebbe definire il “razionale” dietro gli emendamenti presentati dal governo al decreto fiscale per favorire la nascita della rete unica mettendo insieme l’infrastruttura di Tim con quella di Open Fiber, la società partecipata dall’Enel e dalla Cassa depositi e prestiti.

LA VISIONE
Nel primo capitolo, intitolato “Visione per l’Italia del futuro”, vengono spiegati i macro obiettivi del governo giallo-verde alla base dell’operazione rete unica. Si parla diffusamente di «un Paese all’avanguardia tecnologica», tra i leader in Europa, in grado di generare occupazione a prova di futuro, che garantisca «la libertà di scelta e informazione dei propri cittadini». Insomma, per questo, si legge nel documento, le infrastrutture a banda larga sono una priorità del governo. Per questo serve una regia unica, «possibilmente sotto la guida della Cdp», per garantire uno sviluppo industriale del Paese caratterizzato da una efficiente rete di telecomunicazioni.

LO SCOPO
L’obiettivo è anche «stimolare e finanziare l’adozione di servizi digitali - precisa il documento - al fine di colmare il ritardo accumulato con i Paesi di riferimento dell’Unione». Insieme a ciò si sottolinea anche la necessità che attraverso questa operazione venga «chiusa una volta per tutte il digital divide che frena lo sviluppo e il benessere di una larga parte del Paese». Poi gli autori del documento scendono nei dettagli tecnici e tracciano lo stato dell’arte della trattativa, già in corso, tra Authority delle Comunicazioni e Tim sulla separazione volontaria della rete. Proprio questi particolari tecnici permettono di capire i termini della battaglia, a suon di emendamenti, in corso tra Lega e Cinquestelle.

Nella società della rete, si legge nel documento, dovrebbero finire circa 30 mila dipendenti del gruppo Tim. Un numero rilevante, che dovrebbe essere sostenuto da un fatturato di 5 miliardi l’anno con un margine operativo di almeno 2 miliardi. Nella società della rete finirebbero tutti gli asset, dal rame alla fibra, dai cabinet nelle strade fino ai cavidotti. Il tutto valutato circa 15 miliardi. Una cifra importante, gran parte della quale finirebbe nelle casse di Tim probabilmente risolvendo una volta per tutte l’annoso problema del debito finanziario che il gruppo di tlc si porta dietro dai tempi della scalata dei cosiddetti “capitani coraggiosi” alla fine del secolo scorso.

LA PROSPETTIVA
Nei successivi cinque anni, verrebbero poi investiti ulteriori 5 miliardi per sviluppare la rete sull’intero territorio. Quanto al contesto di riferimento, il documento precisa che Tim ha già oggi sviluppato una posa di banda ultralarga nelll’80% del Paese in tecnologia Fttc (Fiber to the cabinet, letteralmente “fibra fino alla cabina”), mentre in termini di copertura Ftth (Fiber to the home, letteralmente “fibra fino a casa”) Tim offre servizio in 30 città ed ha formalizzato l’avvio dei lavori in ulteriori 70 città entro il 2020 con l’obiettivo di tagliare il traguardo di 250 città negli anni immediatamente successivi. 
Va infine segnalo che Tim ha già una copertura in fibra limitata ma attiva in ulteriori 86 comuni per un totale complessivo di 116 città coperte.
Nel documento si parla della necessità di una «governance indipendente» con un «chiaro presidio pubblico». Non si fa mai riferimento alla Rab, il sistema tariffario per spesare in bolletta tutti gli investimenti, ma si parla di un sistema regolatorio che li incentivi.

IL TRAGUARDO
Il piano del governo, insomma, è chiaro. Ma, come dimostra la battaglia degli emendamenti, espone un lato debole. I Cinquestelle, con la proposta presentata dal relatore Emiliano Fenu, ha provato a scaricare in bolletta anche i costi occupazionali della rete unica. La Lega, fortemente contraria all’ipotesi, si è messa di traverso e con un suo emendamento firmato da Romano, ha escluso i dipendenti dalla Rab. Cosa peraltro non consentita dagli stessi principi regolatori, visto che fino a prova contraria il costo del personale è spesa variabile e non un investimento di capitale.

La domanda, a questo punto, è se l’impianto del progetto possa reggere comunque lasciando a carico della rete trentamila dei quasi cinquantamila dipendenti di Tim. O se la Cassa depositi e prestiti, che nelle intenzioni del governo dovrebbe essere il perno dell’operazione, non finirà per caricarsi sulle spalle il costo di una ristrutturazione aziendale ritenuta da molti analisti necessaria alla sopravvivenza dell’ex monopolista. 
In ogni caso, l’alternativa di far pagare nelle bollette telefoniche interamente questo costo - come pareva fino all’inizio della settimana - sembra al momento superata.
Giovedì 22 Novembre 2018, 01:05 - Ultimo aggiornamento: 22-11-2018 14:04
© RIPRODUZIONE RISERVATA



COMMENTA LA NOTIZIA
1 di 1 commenti presenti
2018-11-22 17:58:44
Alla fine faranno come l'Enel, controllatevi le spese incomprimibili in bolletta e capirete.....

QUICKMAP