Se il Sud cresce
​a due velocità

Le anticipazioni del Rapporto Svimez 2018 mostrano un rallentamento dell’economia del Mezzogiorno e un ridimensionamento della ripresa dell’intero Paese? Il rischio di un freno dello sviluppo si avverte, soprattutto in termini di previsioni per i prossimi due anni, che potrebbero portare a un dimezzamento del tasso di crescita del Sud (dall’1,4% del 2017 allo 0,7% del 2019), ma molto dipende dalle politiche economiche che saranno messe in campo nel prossimo futuro, a cominciare dall’aggiornamento del Def, dalla nuova Legge di Bilancio e dagli interventi di politica industriale. 

Le cifre della Svimez possono essere lette in due modi. Attraverso le lenti di un’enfatizzazione del divario persistente (con il Sud ancora fermo al 56% del Pil del Centro-Nord), prendendo atto che dal 2008 al 2017 le economie europee sono cresciute dell’8,4%, mentre negli stessi anni l’Italia ha subito una decrescita del 5,5% e il Mezzogiorno del 10%. Oppure, si può rivolgere lo sguardo a processi più articolati e a dinamiche economiche rivelatrici di un mutamento in corso, senza limitarsi a registrare la permanenza della grave patologia del dualismo. Se valutassimo, infatti, la crescita progressiva degli ultimi anni, con i suoi ostacoli e le sue lentezze, ma anche con le opportunità che si sono aperte per lo sforzo di un Sud protagonista, delle sue imprese e dei suoi lavoratori, di una fase iniziale di ripresa dell’intero Paese, potremmo finalmente prendere atto che, dopo la durissima crisi che abbiamo vissuto, il flusso carsico dei cambiamenti ha cominciato a venire in superficie, come una risorsa consistente e da non disperdere. In questa visione, due dati spiccano su tutti gli altri. 

Il risveglio del Mezzogiorno, che dal 2015 al 2017 si è sviluppato del 3,7%, mentre il resto del Paese è cresciuto del 3,3%: con alcune grandi regioni come la Campania e la Calabria, che negli stessi anni hanno conosciuto una variazione del Pil rispettivamente del 5% e del 4,1%. L’incremento degli investimenti nel Sud, specie quelli privati, che tra il 2015 e il 2017 sono avanzati di circa il 18% nell’industria in senso stretto (nel Centro-Nord del 9,4%) e del 26,7% nel settore delle costruzioni (nel Centro-Nord del 17,2%), formando la componente più attiva della domanda interna. Questa nuova capacità di successo delle imprese produttive che investono nel Mezzogiorno rappresenta l’aspetto strategico che bisogna ancora sostenere nelle politiche nazionali e regionali, facendo tesoro della necessità di rafforzare gli investimenti pubblici. Non si tratta di una lettura accomodante dei fenomeni in corso, visto che proprio la Svimez ha distinto la dinamica economica da quella sociale, sottolineando il grave disagio della popolazione e, in particolare, dei giovani meridionali.

Il potenziamento dell’efficacia delle politiche sociali e del lavoro, insieme al miglioramento della qualità della pubblica amministrazione e dei servizi pubblici, sono temi di straordinaria attualità per il Mezzogiorno, tra le priorità del Paese, e possono fornire prospettive anche per l’occupazione meridionale. Tuttavia, non si può pensare a una ripartizione rigida di compiti – con la destinazione dei residui fiscali e degli interventi produttivi al Nord e la riproposizione di un assistenzialismo diffuso al Sud – che porterebbe a un inevitabile quanto tragico ritorno indietro. I fattori per lo sviluppo dell’Italia nel suo insieme risiedono nella capacità di valorizzare le interdipendenze tra le due parti del Paese, dato che sia la domanda interna per consumi e investimenti del Mezzogiorno sia le filiere industriali dei settori più avanzati (agroalimentare, automotive, aerospazio e abbigliamento) sono essenziali per la crescita produttiva del Centro-Nord. Allo stesso tempo, l’intensificazione delle politiche industriali basate su credito d’imposta, decontribuzione, incentivi allo sviluppo e, in generale, sull’attrazione di investimenti, con i necessari correttivi e aggiornamenti, sono un aspetto sostanziale di una visione strategica per la crescita. 
L’unico modo per fermare la fuga di intelligenze creative e consolidare le capacità imprenditoriali, attirandone di nuove, la strada per evitare il rischio di una brusca frenata e per accelerare i processi di sviluppo si ritrova nella fiducia in quel nuovo Mezzogiorno in cammino, che può rappresentare la metafora di un’Italia moderna, aperta e avanzata.
Giovedì 2 Agosto 2018, 08:54
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5 di 5 commenti presenti
2018-08-02 18:26:00
Bastian e daniel mi dovrebbero spiegare come mai 2 milioni "di sfaticati"hanno abbandonato,famiglie e amici,affetti e abitudini,per andare a lavorare altrove.I peggiori meridionali quelli che ancora subiscono l'ideologia nordista che ripete i soliti luoghi comuni.Il SUD povero e diviso ha fatto sempre comodo.Purtroppo veri difensori non ci sono mai stati,o mai sono stati efficaci.
2018-08-03 09:20:54
kropotkin mi spiace ma non è ideologia nordista, ovviamente il tema è complesso e non può essere riassunto in poche righe. Rimane un dato di fatto che il divario medio di produttività tra le aziende al Nord e quelle al Sud raggiunge diffusamente il 30%, spesso a parità di salario. L’inefficienza, salvo rare eccezioni, del settore pubblico e delle amministrazioni statali rimane assoluta ed il controllo del territorio (leggi sicurezza e rispetto delle regole) è a dir poco carente. I 2 milioni di persone che se ne sono andate rappresentano la parte migliore del nostro paese come la parte che rimane e "combatte" onestamente contro i mulini a vento, perchè la cultura (stra) dominante di certe zone rimane quella descrtitta. Si spieghi lo sviluppo delle PMI (familiari, non multinazionali) in certe zone d'Italia ed il dilagare delle richieste di assistenzialismo nell'altra.
2018-08-02 12:36:46
Vorrei ricordare a Tutti che la Campania è uno Stato con sei milioni di abitanti che dispone di tante startap e di tante aziende che per sopravvivere alle tasse dell'idrovora Italia, hanno dovuto spostare la sede legale all'estero. Una per tutte la MSC-Crociere...che se battesse bandiera campana da sola darebbe lavoro a tutti i Campani...pensiamo alla pasta, all'olio, al formaggio, al vino, all'acqua minerale ecc che se venissero prodotti in Campania la disoccupazione si azzererebbe all'istante. Purtroppo siamo perso la guerra con l'Italia 160 anni fa e da allora siamo solo dei coloni...schiavi al servizio delle razze del Centro-Nord Italia !
2018-08-02 09:52:36
Non so cosa si possa fare. Immagino, però, che saranno tempi lunghi. Da aggiungersi a quelli già lungamente passati. Una nostra amica ci ripete spesso che noi Meridionali siamo troppo abituati a chiedere aiuto. Retaggio delle dominazioni subite. Prima i Borbone. Poi i Savoia. Così non ci sono persone che studiano per creare un lavoro, ma persone che vanno a chiedere aiuto per il lavoro, aiuto per entrare in ospedale prima dei lunghi tempi previsti, aiuto affinché il figlio possa avere un voto migliore al diploma o all'università. Aiuto per qualunque cosa. Così, però, la comunità ne soffre. E si trovano male anche coloro che pensano di risolvere tutto chiedendo aiuto. E chi ha le capacità talvolta preferisce andare via anziché sottomettersi al politico o al sindacalista o al primario del proprio reparto ospedaliero o al capufficio o ... al potente, piccolo o grande. Ed il Meridione diviene ancora più povero. Anni fa si diceva "se noi non aiutiamo, questi passano alla delinquenza. E non sappiamo cosa succederà". Oggi sappiamo cosa succede aiutando persone che hanno rinunciato ad andare a scuola o a mandare i figli a scuola, perché tanto c'è l'amico di papà o l'amico di mammà.
2018-08-02 12:03:05
concordo in pieno, vi è la mentalità diffusa che tutto (lavoro e ricchezza compresi) debba arrivare dall'alto e non vada creato o conquistato. Sta anche qui la differenza con le regioni ex povere soprattutto del nord est che hanno saputo con fatica "creare" lavoro senza aspettare che cali tutto dal cielo.

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