Fed, lascia Fisher: le dimissioni del numero due avviano la svolta dell'era Yellen

Stanley Fisher
di Roberta Amoruso

Lo tsunami è appena cominciata dalle parti della Banca centrale Usa. Il 74enne vice presidente della Fed, Stanley Fischer, ha annunciato di le sue dimissioni con effetto a partire dal 13 di ottobre. In una lettera al presidente americano Donald Trump, Fischer parla di «motivi personali». Certo, ufficialmente è così. Eppure la tempistica non è casuale. Fischer è stato nominato dall’ex presidente Barack Obama nel 2014 e il suo mandato sarebbe scaduto nel giugno 2018. Di recente lo stesso Fisher non aveva nascosto le sue perplessità sulle pressioni dell’amministrazione Trump e dunque, in vista della scadenza del mandato di Janet Yellen a febbraio, uno strappo del numero due della Banca centrale Usa non è così inatteso poi. Soprattutto dopo che a Jackson Hole, ad agosto, la Yellen si è schierata apertamente in difesa delle regole introdotte dopo la crisi finanziaria mettendo in guardia su possibili modifiche, ventilate anche dal presidente Usa Donald Trump.

Insomma Yellen difende a spada tratta la riforma di Wall Street, respingendo seccamente l’approccio di Donald Trump e del Congresso americano a maggioranza repubblicana per un allentamento delle regole. Un approccio che non deve essere stato troppo gradito a Trump. Di qui le scommesse dei bookmaker di Washington che puntano sul capo-consigliere economico Gary Cohn come futuro capo della Fed. Le dimissioni di Fisher sembrano confermare l’aria che tira. Del resto, il recente colloquio del numero due della Fed con il Financial Times può aiutare a chiarire un po’ lo spirito delle dimissioni di Fisher. Nella Fed «abbiamo molta autonomia», dice, ma le cose a Washington vanno molto diversamente da come vanno in Gran Bretagna. Il Congresso Usa è molto coinvolto su questi temi e ora la pressione è per un allentamento delle regole», continua. «Per me può anche funzionare un allentamento delle regole per le banche più piccole, ma al contrario la pressione per un allentamento dei paletti per le grandi banche mi sembra molto, molto preoccupante». Lo stesso Fisher ha affidato alla lettera inviata a Trump l’ultima fotografia sull’economia americana, chw «ha continuato a rafforzarsi, creando milioni di posti di lavoro” da quando è arrivato alla Fed, appunto nel 2014». Ecco perchè Fischer si è detto «orgoglioso di avere reso il sistema finanziario più solido e più resiliente, traendo insegnamento dalla lezione impartita dalla crisi».

Fischer, ex banchiere centrale di Israele, è stato ex docente al prestigioso Massachusetts Institute of Tecnology (Mit) negli anni settanta e ottanta. Decano dell'esclusivo club dei banchieri centrali, ha avuto tra i suoi allievi big del calibro dell'ex presidente della Fed, Ben Bernanke, e del numero uno della Bce ed ex governatore di Bankitalia, Mario Draghi. Ma è stato anche professore dell'ex segretario al Tesoro americano ed ex consigliere economico di Obama, Lawrence Summers. Fischer ha la doppia nazionalità statunitense e israeliana. È nato in Zambia e in gioventù ha studiato in Sudafrica. Sempre nel corso degli anni '80 e '90 è stato capo economista della Banca Mondiale e numero due del Fondo monetario internazionale, interessandosi soprattutto alle crisi in Russia,in Asia e in America Latina. Ha lavorato anche per la banca americana Citigroup dal 2002 al 2005. Il suo incarico come governatore della Banca centrale israeliana, iniziato proprio nel 2005, è scaduto nel 2013.
Mercoledì 6 Settembre 2017, 18:17 - Ultimo aggiornamento: 07-09-2017 18:35
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