Welfare, Boeri: indennità accompagnamento sia legata al reddito

Modulare le indennità di accompagnamento per i non autosufficienti alla gravità del «bisogno» e al reddito. Il presidente dell'Inps Tito Boeri lancia una nuova sollecitazione al governo in nome di un sistema più equo con cui liberare risorse da impiegare in emergenze sociali. Boeri ha parlato al convegno “A ciascuno il suo welfare: Bisogni mutevoli, scelte individuali, risposte integrate”, che si è tenuto oggi a Roma al Palazzo delle Esposizioni. L’evento rappresenta l’edizione 2017 del programma “Welfare Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali”, piattaforma permanente di discussione promossa dal Gruppo Unipol.

Dopo il richiamo sulle 14esime dei pensionati in buen ritiro all'estero con meno di tre anni di contributi versati in Italia o quello sulle pensioni d'oro, dunque, il numero uno dell'Istituto di previdenza - sotto attacco da molte parti politiche - rilancia sul welfare in favore delle famiglie alle prese con problemi di non autosufficienza. «Serve un programma di legislatura per razionalizzare gli strumenti esistenti che, grazie alle risorse recuperate, possano dare sostegno adeguato a chi ne ha bisogno», sottolinea Boeri, riferendo che oggi «solo un quarto dei bambini non autosufficienti viene coperto dalle prestazioni», invece «se aiutati in tempo, questi bambini possono migliorare l'autosufficienza».

Ecco perché, auspica Boeri, «ci vorrebbe un programma molto serio» per «dosare l'entità del trasferito» sulla base del bisogno e del reddito. I numeri parlando chiaro sulla necessità di intervenire per redistribuire. «Oggi - riferisce - l'Italia spende per la non autosufficienza il 2% del Pil, spenderemo una quota pari al 3,3% da qui al 2060». 

Quanto al fronte caldo delle pensioni, Boeri ha invitato a «non smontare» il meccanismo che lega l'età di ritiro alla speranza di vita con «correzioni attuariali». Il vero problema oggi in Italia per il presidente Inps non è la differenza tra contributi versati e pensioni percepite, bensì «il calo numerico di chi versa i contributi a causa del calo delle nascite e degli immigrati. Questi contributi ci mancano». A pesare sul calo delle nascite la difficile condizione dei
giovani per i ritardi nell'ingresso nel mercato del lavoro, carriere «spezzettate» e «precarie» che condizionano la scelta di mettere su famiglia; mentre molti immigrati dopo qualche anno nel nostro paese, lasciano per altri lidi, facendo mancare all'appello altri contributi. 

Sul tema delle pensioni invece il sottosegretario Pier Paolo Baretta ha invocato «un nuovo patto sociale per la redistribuzione legato al cambiamento della composizione sociale dell'Italia» razionalizzando le circa 700 detrazioni/deduzioni e redistribuendo le risorse per colmare eventuali carenze di un sistema che è comunque «tra i migliori al mondo».

Ha difeso invece la bontà degli ultimi interventi del governo, estensione dell'Ape sociale ai lavori gravosi in primis, il
consigliere economico di Palazzo Chigi Marco Leonardi. Sono improntati «alla prudenza e all'equilibro dei conti pubblici», ha sottolineato, concludendo che «nel rispetto dell'equilibrio dei conti, è l'unica proposta realistica di questa campagna elettorale».

Al centro del dibattito al Palazzo delle Esposizioni era il cambiamento in atto nei modelli di welfare e la loro sostenibilità futura in funzione di una domanda di protezione sociale che sta divenendo sempre più diversificata e personalizzata. In un paese l’Italia - è stato sottolineato - sempre più anziano, con una vita media che entro il 2065 sarà di 86,1 anni per gli uomini e 90,2 anni per le donne e dove già oggi il 60% della popolazione over 75 ha due o più malattie croniche e quindi la spesa per la Long Term Care è destinata a crescere. Con  Boeri e Baretta, ne hanno discusso fra gli altri Vincenzo Boccia, presidente Confindustria, di Giorgio Alleva, numero uno dell'Istat, Federico Gelli, presidente della Commissione di inchiesta sull’immigrazione e responsabile Sanità del Pd e Carlo Cimbri, amministratore delegato del Gruppo Unipol.

Alleva ha illustrato in particolare le attuali tendenze demografiche della popolazione italiana, soffermandosi sulla domanda di welfare nel nostro Paese, in particolare in ambito sanitario, e analizzandola attraverso nove gruppi sociali caratterizzati da diversi livelli di reddito, composizioni familiari, stili di vita. Crescono le disuguaglianze in termini di fruizione della sanità e dei servizi assistenziali, sia all’interno dei diversi gruppi sociali, sia a livello territoriale. Ad esempio, la propensione a fare controlli medici è maggiore per le donne e per i residenti nel Centro-Nord e, dall’altro lato, si allarga la forbice sociale tra chi rinuncia, per motivi economici, a sottoporsi a cure mediche o esami (1 su 5 all’interno delle famiglie a basso reddito).

Sebbene due italiani su tre (il 67,7%) si dichiarino “in buona salute”, dato che sale al 75,6% per le famiglie della classe dirigente, l’invecchiamento progressivo della popolazione - per la prima volta gli over 65 hanno superato il 22% - pone nuove e complesse sfide per ridurre le disuguaglianze attraverso l’offerta di politiche mirate non solo ad aiuti economici, ma anche all’erogazione di maggiori servizi.

Cimbri ha invece posto l’accento sulla necessità di rispondere ai bisogni di welfare della popolazione attraverso un’articolazione di servizi che siano sempre più in grado di far fronte a tutte le esigenze che si configurano nell’arco dell’intera vita dell’individuo. Boccia, infine, ha sottolineato quanto il welfare italiano sia da considerarsi un elemento sempre più strategico per le prospettive di crescita del Paese.

 
Martedì 5 Dicembre 2017, 19:22 - Ultimo aggiornamento: 06-12-2017 17:26
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