«Con Alibaba portiamo in Cina i prodotti del Mezzogiorno più richiesti»

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di Nando Santonastaso

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Vogliono far vendere ai cinesi la mozzarella di bufala e la pizza, aprire uno store dedicato al calcio napoletano, aiutare i brand industriali manifatturieri che hanno qualità di prodotto e solidità finanziaria a penetrare in un mercato infinito come la Cina. Alibaba, il più grande market place e-commerce al mondo (il giro di affari è pari a 547 miliardi di dollari, 488 milioni gli utenti attivi solo nel Paese della Grande muraglia), sbarca a Napoli e in Puglia per consolidare la presenza in Europa dove opera con propri uffici da un paio di anni (a Milano la prima sede aperta nel Vecchio continente). 

L’occasione è offerta dalla quarta tappa di «+Valore Sud», il percorso di accelerazione e di accompagnamento alla crescita organizzato da UniCredit e dedicato a oltre 100 aziende del Mezzogiorno. Domani, venerdì, l’appuntamento è al Suor Orsola Benincasa: su «Digital marketing & communication» parleranno tra gli altri il Rettore Lucio D’Alessandro, Gianluca Tricarico, responsabile Private banking Network Sud di UniCredit, i rappresentanti di realtà aziendali importanti come il pastificio Di Martino con l’ad Giuseppe Di Martino, Optima Italia con Antonio Pirpan, UniCredit con Marco Wallner, responsabile del Corporate Commercial Synergies, e appunto Alibaba. «La nostra missione è molto chiara - dice Rodrigo Cipriani Foresio, Managing Director di Alibaba Group per il Sud Europa (Italia, Spagna, Portogallo e Grecia) -: aiutare le aziende a vendere sulle nostre piattaforme a 488 milioni di consumatori cinesi lasciando completamente a loro i percorsi di marketing e tutte le altre scelte legate alla commercializzazione dei prodotti. Nello stesso tempo aiutiamo il consumatore cinese a sapere cosa scegliere dei marchi, richiestissimi, del made in Italy. Ogni giorno 200 milioni di persone aprono la nostra applicazione per cercare prodotti e comprarli».

L’Italia che ruolo occupa nel vostro mercato?
«Noi abbiamo oggi circa dieci milioni di aziende nel mondo che vendono sulle nostre piattaforme i loro prodotti e che hanno la totale responsabilità della gestione di questi processi. Si tratta di aziende di piccole dimensioni ma il 75 per cento dei brand più famosi nel mondo è già connesso con Alibaba. L’Italia, che per il food è assolutamente il primo Paese al mondo, è però ancora indietro negli interscambi commerciali con la Cina: ad esempio ha solo il 5-6 per cento dell’export di vino ma la Francia che ha fatto già da tempo sistema in Cina è nettamente più avanti».

Ma quali aziende possono affacciarsi al mercato cinese? E con quante reali possibilità di successo, considerato che la maggior parte di esse è di piccole dimensioni?
«Intanto, sul mercato dell’e-commerce quest’ultimo aspetto conta relativamente. Da sole o con altre imprese, le aziende che accettano la sfida del mercato cinese non devono comunque essere impreparate di fronte all’importanza di questa scelta. I consumatori cinesi che acquistano ad esempio il food Made in Italy
fanno un percorso di education sui nostri prodotti, sanno cosa vogliono comprare e devono essere certi di trovare la massima qualità. Certo, l’aiuto delle istituzioni italiane è importate ma sono le aziende le uniche protagoniste
delle loro fortune, come capita del resto dovunque nel mondo».

Alibaba in Italia e ora anche nel Sud sulla spinta degli accordi tra il fondatore del gruppo, Jack Ma, e l’ex premier Matteo Renzi?
«Ci sono stati vari incontri tra Alibaba e l’ex presidente Renzi che al G20 cinese è stato anche in visita alla nostra sede. In seguito al protocollo d’intesa siglato fra Alibaba e il governo italiano è stata costituta la società Marco Polo, per aiutare le aziende italiane interessate all’export in Cina con il contributo di UniCredit, Intesa San Paolo e Gruppo Cremonini. Nello stesso periodo abbiamo aperto la sede di Milano, come Jack Ma aveva promesso a Renzi: almeno noi siamo riusciti in un percorso che invece nel caso dell’Ema non ha avuto purtroppo lo stesso esito».

Al Sud per spronare l’e-commerce solo del food?
«No, il food è una delle tre “effe” con fashion e furniture che garantiscono il successo del Made in Italy nel mondo. Al Sud ci sono aziende che possono competere in ognuno di questi settori. Alcune già sono sulle nostre piattaforme, come Kimbo, Yamamay o il pastificio Di Martino. Ma ce ne sono molte altre, come ad esempio Besana o le aziende meridionali che partecipano al brand “Tradizione italiana” che sono pronte a farlo. Non è un caso che da quando è aperto l’ufficio di Milano abbiamo già tenuto 75 meeting e incontrato 4mila aziende. L’e-commerce sta crescendo, i giovani si abituano a comprare tutto via Internet: più si diffonderà la banda ultralarga, più cresceranno per le aziende medio-piccole italiane le possibilità di vendere i loro prodotti nel mondo».

Possiamo fare delle cifre?
«Alibaba non fa una corsa ad aprire store, a noi interessa consentire alle aziende di avere successo in Cina e di vendere. Le anticipo che Alibaba pensa per i prossimi 20 anni di passare a 2 miliardi di consumatori ed estendersi nel Sud est asiatico. Per le aziende italiane si aprono prospettive enormi. Non solo per il food, come ho detto: cosmetica, fashion,prodotti tecnici, ma anche scarpe da trekking, oppure costumi da bagno Made in Italy possono trovare spazio in un mercato che già adesso per i consumatori cinesi è fatto al 90 per cento di vendite sul mobile. Ma niente improvvisazioni: serve un piano strategico a 3-5 anni, pensare di andare in Cina e di avere subito successo è assurdo».

Solo vendite on line nella strategia di Alibaba?
«Il gruppo sta ragionando sul concetto di new retail: al centro del nostro interesse c’è il consumatore finale, che compri on line o nel negozio fisico conta poco. Noi abbiamo già una serie di catene di negozi fisici in grandi gruppi cinesi e sappiamo che l’integrazione on line-off line è necessaria. A noi interessa soprattutto che il consumatore compri con Alipay, il nostro sistema di pagamento. Il sogno è di far vendere la mozzarella di bufala e la pizza in Cina e penso che ci siamo vicini: una nostra divisione è interessata a comprare prodotti freschi italiani. Oggi ci sono le arance, domani anche altro...».
Giovedì 23 Novembre 2017, 07:00 - Ultimo aggiornamento: 22 Novembre, 22:49
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COMMENTA LA NOTIZIA
2 di 2 commenti presenti
2017-11-23 12:43:18
Le aziende borboniche possono emergere solo escludendo il "niet" dello Stato italiano che mortifica la Nostra economia a favore di quella dell'Etruria e della Padania...La Borbonia deve negoziare personalmente con la Cina escludendo lo Stato italiano che ci opprime da 156 anni !
2017-11-23 10:52:19
Magnifico, che meravigliosa notizia! Così, dopo il parmigiano e il grana padano insegnati ai russi (che non acquisteranno più dall'Italia!), ora insegniamo ai cinesi la mozzarella. Quando decenni fa sentii parlare dai nostri politicanti delle vaste opportunità del mercato cinesi, rimasi perplesso. E il tempo mi ha dato ragione.Non solo copiano, ma si sono addirittura impiantita qua, armi e bagagli. Con la mozzarella sarà la stessa cosa. Tanto non ci vuole molto ad allevare in Cina capi di bisonti e bufali importati. Così resteremo in braghe di tela.

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