Visco, Indiana Jones dell'Egittomania, e il Museo Mineralogico Campano di Vico Equense

Gabriele Visco (a sinistra) e Umberto Celentano
di Donatella Trotta

Quella che stiamo per raccontarvi è una bella storia di avventurose passioni, mecenatismo e tenace sintonia che convergono nella valorizzazione non soltanto turistica dei beni comuni di un territorio ricco di misconosciute ricchezze culturali, oltre che ambientali. Protagonisti, uomini generosi e un sito museale che incrementa così, progressivamente, le proprie già suggestive e cospicue collezioni: parliamo del Museo Mineralogico Campano di Vico Equense, quidato con encomiabile e lungimirante abnegazione dal suo direttore, Umberto Celentano. Che ha di recente “incassato” una nuova, preziosa donazione: circa venti campioni di malachiti provenienti dal Marocco, dal Congo, dal New Mexico (USA), dalla Cina, di varie e affascinanti forme geometriche e di diverse cristallizzazioni, a volte uniti con altri materiali, come azzurrite e crisocolla.

Del lascito, accompagnato da un singolare papiro con testo in geroglifici redatto dallo stesso donatore - Gabriele Visco, esperto della civiltà dell’antico Egitto - fanno parte anche tre campioni di lapislazzuli dell’Afghanistan e due esemplari di vetro del deserto libico: materiale derivante dall’impatto di meteoriti nella sabbia desertica, usato dagli egiziani come ornamento da inserire in manufatti artistici e non a caso presente, sotto forma di scarabeo, nientemeno che in un pettorale rinvenuto nella tomba del faraone Tutankhamon. A leggere lo scanzonato testo in geroglifici, esposto ora in un nuovo allestimento del Museo, si intuisce lo spirito ironico del donatore. Il quale, memore delle note invettive e maledizioni a custodia delle tombe degli antichi faraoni, scrive: «Io uomo saggio GABRIELE, amato da MAKAE HATSCEPSUT, e protetto da ISIDE-MAAT, potenti (sono) le due dee, regalo con gioia all’amico caro UMBERTO una tavola offertoria di alabastro, con malachite e lapislazzuli. Colui che danneggerà questa esposizione, non raggiungerà la sua casa, non stringerà i suoi figli tra le sue braccia, né (ri)vedrà Napoli città» (dove Hatscepsut, per chi non lo sapesse, è una regina egizia, quinta sovrana della XVIII dinastia e seconda donna a detenere con certezza il titolo di faraone dopo Nefrusobek della XII dinastia; mentre Iside è la nota divinità egizia della maternità, della fertilità e della magia).

Ma chi si cela dietro l’aspirante Indiana Jones dell’Egittomania? Presto detto: un affabile, quanto  schivo e sornione gentiluomo del Nord Italia, ma di ascendenze meridionali: Gabriele Visco, già financial manager di una importante multinazionale francese, è animato da una spiccata passione per l’archeologia, la mineralogia e per i viaggi, che dagli anni ’80 l’hanno portato in giro per il mondo alla scoperta di civiltà antiche, da globe trotter folgorato - soprattutto - sulla via delle Piramidi. Al punto di conseguire tre master in Egittologia e accumulare una cospicua collezione di reperti delle sue curiosità intellettuali: «Sono affascinato dalle forme della natura - spiega schermendosi - ma anche dai misteri della storia antica, le cui testimonianze ricerco non soltanto tra le pagine dei libri e dei documenti ma pure sul campo, in diversi Continenti. Basti pensare che solo in Egitto ho fatto almeno trenta viaggi». Già. E  se è vero, come affermava Antoine de Saint Exupéry, che ciascuno appartiene alla propria infanzia come a un paese, in Visco questa appartenenza coincide con le salde radici paterne, in costiera sorrentina. Precisamente, nel cuore storico di Vico Equense: un sito dove natura e cultura sanno intrecciarsi con esiti talora inaspettati e sorprendenti.

Proprio come nel Museo Mineralogico Campano: struttura culturale della Fondazione Discepolo, ente morale costituito dall’omonima famiglia e dal Comune di Vico Equense, inaugurata nel 1992 e ora tra i musei scientifici più rilevanti della regione campana per numero, varietà e rarità dei campioni esposti. Una collezione in continua espansione, anche negli spazi espositivi: dall’aprile 2011 infatti il Museo è stato trasferito e riallestito con le sue vetrine al primo piano dell’ex convento della SS. Trinità e Paradiso, in un’ala del vasto complesso monumentale del XVII secolo in via della Rimembranza 1 dove è attualmente esposta  gran parte della collezione mineralogica: 5mila esemplari di 1.400 specie diverse, raccolta in oltre mezzo secolo di appassionata ricerca dall’ingegnere Pasquale Discepolo.

Poi, a partire dal 1997, il nucleo iniziale del Museo, su iniziativa del suo direttore Umberto Celentano, si è dotato anche di una significativa sezione paleontologica, dove sono esposti 250 fossili provenienti da tutto il mondo e risalenti alle più importanti ere geologiche. Tra essi, oltre ad interessanti reperti di dinosauri - dono del celebre paleontologo Phil Currie -, lastre con impronte di rettii del Permiano (270-220 milioni di anni fa), anche i pesci di Capo d’Orlando, località di Vico Equense, preziose testimonianze del Cretaceo (135-75 milioni di anni fa) a cui è dedicato l’omonimo premio scientifico (www.premiocapodorlando.it) finora ritirato da ben 13 scienziati premi Nobel, tra i quali il matematico John F. Nash (già, proprio lui: l’ispiratore del film «A beautiful Mind»), James D. Watson, co-scopritore del Dna, Paul Krugman e lo scienziato britannico André Geim: il quale, il 9 maggio 2015, ha donato al Museo esemplari di “grafene”, rivoluzionario materiale bidimensionale ricavato dalla grafite. E mentre il Museo dei Nobel di Stoccolma ha in vetrina un esemplare di grafite e un porta scotch con firma di Geim, quello di Vico Equense vanta, oltre al porta scotch autografato (lo scotch servì allo scienziato per ricavare dalla grafite delle matite il nuovo “grafene”), anche un livello singolo di grafene e una pellicola grigia di 500 strati di questo polivalente materiale del futuro.

Particolarmente spettacolare, l’Ammolite del Canada, donata da Antonio Percuoco e fossilizzata su una lastra di basalto da ceneri vulcaniche ricche di aragonite che le conferisce il multicolore aspetto sgargiante, come i variopinti colori di altri minerali fluorescenti sotto l’azione della luce ultravioletta. In mostra anche modellini didattici dei relativi rettili e, in una vetrinetta con un suggestivo diorama in scala 1:1, una fedele riproduzione del dinosauro “Ciro”, curata dai paleontologi del Museo di storia naturale di Milano, ovvero dello Scipionyx samniticus, il cucciolo di di Pietraroja (Benevento), unico dinosauro di cui sono stati scoperti gli organi interni. Tra le diverse sezioni espositive, anche quella di minerali vesuviani, con rarità come gli splendidi cristalli di vesuvianite e i lapislazzuli del Monte Somma, alcuni rinvenuti dopo l’eruzione del 1944, accanto a esemplari di albite e tormalina, rosa del deserto e ossidiana (vetro vulcanico), meteoriti di diverse epoche e località del pianeta.

Non solo. Dal 2011, nel Museo si può ammirare anche una sezione preziosa: quella delle Gemme, grazie alla donazione degli architetti Ezio De Felice ed Eirene Sbriziolo, mentre dal 2003 nella sezione antropologica sono in mostra strumenti litici degli uomini primitivi offerti da Angelo Pesce con la moglie Elvira Garbato. Tra essi, reperti di uomini primitivi del Paleolitico e del Neolitico vissuti nell’area subsahariana (tra le attuali Libia e Ciad), come alcune amigdale (asce da pugno) in quarzite, punte di freccia, raschiatoi in selce o opale, utensili in serpentino e una splendida incisione rupestre raffigurante un erbivoro. Risale invece al 2014 una vetrina dedicata ad oltre 150 esemplari di un migliaio di pluricromatiche conchiglie dei mari tropicali, offerti dalla generosità del collezionista Antonino Casola. Infine, è visibile nel Museo un caratteristico geode di calcedonio, con racchiusa acqua fossile, rinvenuto in Brasile e donato dal pittore Armando De Stefano: artista anch’egli particolarmente legato al Comune di Vico Equense, al quale ha non a caso donato alcuni suoi preziosi dipinti. Ulteriore conferma che, ben al di là delle bellezze paesaggistiche di Vico Equense, non a caso appartato buen retiro per molti intellettuali, la cultura resta un potente attrattore turistico. Come ai tempi del Grand Tour. 
Sabato 4 Novembre 2017, 09:31 - Ultimo aggiornamento: 04-11-2017 09:31
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