Il lavoro che vogliamo (e che non vogliamo) nella Settimana Sociale dei cattolici a Cagliari

di Donatella Trotta

Il lavoro che vogliamo, ma anche quello che non vogliamo: servile, sterile, alienante, conflittuale. Persino mortifero. E poi il paradosso di un lavoro che spesso (soprattutto per i giovani, più o meno NEET) non c’è, o ce n’è troppo poco, per tanti - per una maggioranza della popolazione privata così della sua dignità nell’inoccupazione, nel precariato, o in nuove forme di schiavitù e senza una formazione adeguata alle nuove trasformazioni antropologiche in atto – a fronte di un lavoro che invece c’è, o addirittura ce n’è «troppo»: per una minoranza che, sottolinea l’economista Luigino Bruni, finisce con il restarne “intrappolata” fagocitando tutto il resto. Relazioni umane comprese. Diventa «folle chi non lavora mai, più folle chi lavora sempre», perché «soltanto gli schiavi e coloro ridotti in schiavitù dall’invidia e dall’avidità si affannano sempre e solo per il lavoro, due forme di povertà (e di solitudine) parimenti gravi e nocive», spiega Bruni, ordinario di Economia politica alla Lumsa di Roma e autore di saggi tradotti in una decina di lingue (l’ultimo, Una casa senza idoli, appena pubblicato dalle Edizioni Dehoniane Bologna, è una preziosa meditazione sull’attuale momento di passaggio individuale e collettivo a partire dalle domande - attualissime - poste già dalla sapienza biblica del Qoèlet, tra antiche e nuove globalizzazioni), intervenendo oggi alla 48esima Settimana Sociale dei cattolici italiani, in corso fino 29 ottobre a Cagliari sul tema «Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale», che ha mobilitato oltre mille delegati, 80 vescovi, circa 200 sacerdoti, 202 giornalisti e 300 volontari di 226 diocesi italiane.

Un appuntamento che non esitiamo a definire “storico” di confronto operativo - nel solco della tradizione avviata da Giuseppe Toniolo nel 1907 – che da Cagliari, dalla Sardegna e dal Sud rilancia un’emergenza (non solo) nazionale giunta oggi a un nuovo punto di svolta: dopo i due paradigmatici precedenti sullo stesso tema del 1946 a Venezia, che intrecciò l’impegno delle Settimane Sociali con i princìpi dell’articolo 1 della Costituzione italiana, e del 1970 a Brescia, che accompagnò lo Statuto dei lavoratori, come ha sottolineato in apertura Sergio Gatti, vicepresidente del comitato scientifico e organizzatore dell’evento, avviando i lavori dopo un denso e applauditissimo videomessaggio di papa Francesco sull’orizzonte del «lavoro degno» e i saluti introduttivi, tra gli altri, di monsignor Filippo Santoro, Arcivescovo di Taranto e presidente del Comitato scientifico delle Settimane, che ha evidenziato l’obiettivo della Chiesa italiana di partecipare attivamente alla necessaria e ormai ineludibile «rigenerazione umana, urbana e ambientale» che solo «un cambiamento di paradigma del progetto di sviluppo globale» potrà rendere possibile. Oltretutto, nell’attuale fase di transizione epocale in cui, secondo l’OCSE, per l’impatto della robotica e delle nuove tecnologie il 9% dei lavori spariranno (ma per i ricercatori di Oxford addirittura il 47% entro il 2037) e il 35% si trasformeranno. Anche in una Italia sempre più vecchia dove – ha ricordato il gesuita Francesco Occhetta, scrittore di «Civiltà Cattolica» e autore del volume Il lavoro promesso, edito dall’Ancora, intervistando pubblicamente il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale – lavora il 38% della popolazione (circa 23 milioni di persone), delle quali 4 milioni a tempo parziale, tre persone su 4 pensionate e una su dieci immigrata, in mansioni di basso profilo.

Lo precisa anche l’intervento iniziale, a Cagliari, del cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia Città della Pieve e presidente della Cei, incentrato su tre pilastri:  una «nuova teologia del lavoro», un «sistema-paese da valorizzare» e una «politica coraggiosa» che si faccia carico dell’«imperativo del bene comune», in linea con le indicazioni del magistero di papa Francesco e di una Dottrina sociale della Chiesa attenta a valorizzare la dignità umana, perché «il tempo delle chiacchiere è finito», precisa il presidente dei vescovi italiani. E lo può dimostrare anche, tra i tanti strumenti preparatori pubblicati per l’occasione, il numero monografico della rivista trimestrale di cultura dell’informazione «Desk», pubblicata dall’UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana) proprio sul tema «Job. Raccontare il #lavoro» (anno XXV, n. 2-3/2017), con numerosi contributi di riflessione di vari specialisti sulle sfide in atto nella società italiana e nel mondo del lavoro. Non a caso,  la pluralità corale (e sinodale) segna pure le voci e i diversi linguaggi (tra dialoghi, confronti e sopralluoghi operativi, film, infografica, mostra fotografica/documentaria curata da Mario Mezzanzanica della Fondazione Sussidiarietà e narr/azioni) che si intrecciano, nelle giornate cagliaritane dove ad alternarsi sul palco e a riunirsi nei 90 tavoli dei lavori di gruppo non sono soltanto religiosi o christifideles laici ma anche politici, sindacalisti e testimoni della società civile. E il clima che si respira non è quello, scontato e in fondo sterile, della mera denuncia - sia pure dopo un attento ascolto e discernimento - delle ombre del mercato; ma semmai quello progettuale e “in cammino” (come la “Chiesa in uscita”) volto soprattutto a monitorare, e narrare,  una miriade di buone pratiche (oltre 400) sparse su tutto il territorio nazionale e incarnate dai “cercatori di lavOro”, per farle infine convergere in proposte concrete, al governo italiano e al Parlamento Europeo, che possano incidere sull’agenda politica, a partire dalla legge di stabilità e non solo.

Tant’è che se il primo giorno sono stati il segretario generale della Fim-Cisl Marco Bentivogli e il ministro per la Coesione Territoriale e il Mezzogiorno Claudio De Vincenti a fronteggiare, moderati dalla giornalista Vania De Luca, presidente dell’UCSI, le testimonianze di Lorenzo Monti, giovane lavoratore di Cantù, Anna Cristina Deidda, quarantenne protagonista di una riuscita esperienza cooperativa a Cagliari, e Stefano Arcuri, vedovo di Paola Clemente (vittima 49enne, nel 2015, del caporalato e dell’omissione di soccorso nelle campagne di Taranto, la cui storia è stata raccontata con toccante e pacata dignità dal marito, più efficace e tranciante di tanti sguaiati j’accuse), l’ultimo giorno saranno il premier Paolo Gentiloni, con il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, stimolati dal direttore di «Avvenire», Marco Tarquinio, a entrare nel merito delle proposte e prospettive elaborate dall’assemblea dei delegati a Cagliari (dopo un dialogo tra il senatore Maurizio Sacconi, presidente della Commissione lavoro del Senato, e Giuliano Poletti, ministro del Lavoro e delle politiche sociali sul docufilm di Andrea Salvadore «Il lavoro che vogliamo», moderati da suor Alessandra Smerilli, economista e salesiana, membro del Comitato scientifico delle Settimane Sociali).

Molteplici anche i temi sul tappeto della plenaria e dei novanta tavoli di lavoro, introdotti dall’economista civile Leonardo Becchetti, che per fare sintesi di un metodo applicato a questo cantiere progettuale ha parlato non a caso di «generatività» (categoria strettamente collegata al desiderare, al far nascere, all’accompagnare, al lasciar andare), specchio di una “vision” che investe diversi piani: sociale, biologico, parentale, politico, economico, culturale e spirituale, con l’obiettivo di realizzare il bene comune anche come “felicità sostenibile”: perché «il lavoro, oggi, non si trova, si crea», sottolinea Becchetti illustrando i tanti ambiti (e modalità) con cui le buone pratiche disseminate sui territori del Belpaese (ma accompagnate da adeguate policies) possono germogliare e dare frutto, sui quattro pilastri del lavoro, della formazione permanente, del tempo della cura interpersonale e del tempo libero. Ma il tempo (non solo di conciliazione tra vita e lavoro) è anche la nota dolente dell’attuale scenario: lo ricorda Luigino Bruni, rimarcando che  «il nostro tempo sta perdendo il giusto tempo del lavoro anche perché ha spezzato il legame tra lavoro e famiglia», mentre «il frutto del lavoro e dell’industria può essere goduto solo se lasciamo uno spazio libero di non-lavoro». Per Bruni, la continua «offerta di nuovi beni e servizi per accompagnare le solitudini sta diventando ampia e sofisticata con la vendita di beni pseudo-relazionali». La conseguenza è che «produciamo persone sempre più sole e produciamo sempre più merci per saziare solitudini insaziabili», denuncia ancora l’economista che da domenica parlerà di «Benedetta economia» su Tv 2000, per un programma in otto puntate che punta a offrire nuovi sguardi sulla crisi epocale che sta cambiando il mondo. Anche con un altro male dilagante, evidenziato da Bruni: la “sindrome parassitaria”, annidata nell’eterno conflitto tra rendita e lavoro, e risorgente con puntualità nei tempi di decadenza morale come quelli odierni: quando, ad esempio, «imprenditori, lavoratori, intere categorie sociali smettono di generare lavoro e flussi di reddito nuovo e investono energie per proteggere i guadagni e i privilegi di ieri» attraverso deleterie piramidi gerarchiche.

Sulla stessa lunghezza d’onda gli stimoli offerti dal cardinale Turkson, che ha rilanciato con respiro globale le posizioni di papa Francesco (e alcuni dei temi portanti della Settimana Sociale: distanza tra sistema scolastico e mondo del lavoro, con la necessità di una riforma del sistema educativo; la questione del lavoro femminile; il cosiddetto lavoro di cura, il lavoro dei portatori di disabilità e il lavoro dei migranti). Il lavoro è degno, ha detto Turkson - che è anche coautore con Vittorio Alberti di Corrosione. Combattere la corruzione nella chiesa e nella società (Rizzoli 2017) - quando il guadagno è giusto: il suo contrario è la corruzione. E la questione lavoro, ha aggiunto il prelato nella scia dell’enciclica «Laudato si’», «è anche una questione ambientale». Turkson usa la metafora del giardino, da coltivare per non renderlo un deserto: «Fin dall’inizio della creazione, all’uomo è stato dato il compito di curare e salvaguardare il giardino» ed «è nel lavoro che si realizza la sua dignità», perché il lavoro «non è soltanto ciò che l’uomo fa,  ma ciò che l’uomo diventa lavorando, la sua creatività: Dio ha creato l’albero – esemplifica sorridendo – ma non ha creato i mobili. In questa prospettiva, l’uomo è co-creatore con Dio». Anche per questo il Papa, nella «Laudato si’» - aggiunge il cardinale ghanese - «parla di cura, e non di salvaguardia del creato: la parola ‘salvaguardia’ nella Laudato sì, compare solo due volte». E di qui, infine, il legame tra il lavoro e l’ambiente e la necessità di «fare di tutto per non distruggere l’ambiente a causa del nostro bisogno delle risorse della terra, perché la terra cura i nostri bisogni e noi dobbiamo creare il benessere della terra». Un'eutopia possibile, purché sia condivisa.
Venerdì 27 Ottobre 2017, 18:04
© RIPRODUZIONE RISERVATA




QUICKMAP