Femminicidio, dibattito a Sorrento per il premio giornalistico Biagio Agnes

di Donatella Trotta

Uomini che odiano le donne. Stalker. Violenti. Ossessivamente gelosi. Narcisi perversi. Patologicamente immaturi. Molestatori morali, psicologici e fisici. Maschilisti rozzamente dogmatici e maltrattanti di qualunque ceto sociale, che nelle loro patriarcali (e trasversali) pseudo-certezze sono persino convinti di “amare” quelle donne-oggetto del loro deviato, e deviante, interesse (e possesso). Ma «chiamarlo amore non si può», come sottolineava Edoardo Bennato in una nota canzone.

Negli ultimi 10 anni (fonte Istat), sono state assassinate in Italia 1740 donne: 33 solo nei primi mesi del 2017. La media è una vittima ogni tre giorni. Un bilancio dalle proporzioni di una strage. Silenziosa. Perché il 90% delle donne non denuncia i propri aguzzini. E anche quando lo fa, non viene adeguatamente tutelata: come dimostra l’ultimo tragico caso dell’oncologa teramana Ester Pasqualoni. Il suo carnefice si è suicidato, ma molti sono quelli che restano a piede libero: per la maggior parte, uomini del microcosmo domestico della vittima designata. Le mura di casa uccidono più della criminalità organizzata: in quasi l’80% dei casi i delitti si consumano come è ormai noto in ambito familiare.

Si intitola non a caso «Femminicidio senza fine. Aumentano i casi in Italia», il dibattito opportunamente promosso dalla Fondazione Biagio Agnes sabato 25 giugno alle 17.30 nella Sala Consiliare del Comune di Sorrento, prima della cerimonia di consegna della nona edizione del premio di giornalismo «Biagio Agnes», in programma alle 21 a Marina Grande. All’incontro, moderato dal giornalista e scrittore Duilio Giammaria, parteciperanno il magistrato Simonetta Matone, la criminologa Roberta Bruzzone, il professore Guglielmo Gulotta con Rosaria Bruno, presidente dell’Osservatorio Regionale sulla Violenza di genere,  e Giovanna  Ferrari, madre di una vittima della violenza maschile. I relatori, analizzando casi specifici, offriranno una visione d’insieme sul fenomeno da un punto di vista giuridico, culturale e sociale. E partendo dalle esperienze maturate nei loro specifici campi professionali cercheranno di dare una interpretazione del fenomeno e una possibile soluzione o strategia per prevenire morti evitabili.

Un incontro opportuno, anche per il contesto mass-mediale in cui è inserito: gli organi di (in)formazione possono giocare un grande ruolo strategico nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica su un fenomento non soltanto italiano, tanto vistoso quanto senza confini, né geografici né sociali. E se non si vuole pensare alla condizione della donna in altre latitudini, basti ricordare che nella sola Italia è il nord a detenere il triste primato della piaga femminicidio, con il 53% dei delitti, seguito dal sud (con il 26%) e dal centro, con il 19%. L’età media delle vittime, tutte tra i 16 e i 70 anni, è di 50,8 anni. All’origine di questi delitti, lo squilibrio tra le posizioni dell’uomo e della donna: con il primo che, perdendo il proprio ruolo egemone, (re)agisce facendo del male a quello che considera un oggetto di proprietà, e non una persona, per quanto subalterna. Secondo gli esperti, serve una vera e propria rivoluzione culturale per superare questa dicotomia ancestrale, venata di atavica misoginia, e fare incontrare uomini e donne sul terreno del dialogo. Possibilmente, anche lavorando di più non tanto, o non soltanto, sul piano legislativo, giuridico e repressivo, quanto su quello dell’educazione ai sentimenti e ad una sana affettività, anche attraverso una rieducazione maschile con i Centri di Ascolto che stanno iniziando a sorgere in varie regioni italiane.

Un’urgenza insomma ineludibile, se è vero che i femminicidi sono “equamente” divisi tra la Lombardia (20 casi nel 2016), il Veneto (13) e la Campania (12) e che, secondo recenti dati, sono almeno 7 milioni le donne che hanno subito almeno un abuso nella vita. Non solo. In barba alla risoluzione dell’Onu (numero 54/134 del 17 dicembre 1999) che ha istituito la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (il 25 novembre, data simbolica in memoria de Las Mariposas, le sorelle dominicane Mirabal, trucidate dal dittatore Trujillo), le violenze sulle donne continuano ad aumentare, con il loro invisibile ma dannosissimo carico di “effetti collaterali”: gli orfani. Vittime innocenti e dimenticate, costrette a vivere senza una madre fin da piccole e, a volte, con un padre in carcere. Negli ultimi 15 anni il numero di bambini che hanno perso la madre per colpa del papà (o del compagno della madre) assassino è salito fino a quota 1.628. Per loro, di fatto “vittime secondarie” del fenomeno, negli ultimi tempi c’è stata una maggiore attenzione da parte del legislatore.

Ma il tempo stringe, e non si può tollerare più nessuna perdita di vite umane, prezzo dell’insensato contrattacco maschile alle donne, nella sedicente guerra invisibile tra sessi. Ben venga dunque la decisione del governo che, con un emendamento nella prossima legge di bilancio, stabilisce di incrementare il fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità di 5 milioni annui nel triennio 2017-2019. Le risorse andranno al piano antiviolenza, ai servizi territoriali, ai centri antiviolenza e ai servizi di assistenza alle donne e ai figli. Anche la Regione Campania, nel 2016, ha inaugurato l’osservatorio contro la violenza di genere  per monitorare il fenomeno nei vari ambiti territoriali e prestare il proprio supporto nei casi specifici. Ma serve di più. Una mobilitazione di massa. Che affianchi in modo capillare l’opera rieducativa agli interventi istituzionali. Senza cesure.
 
Venerdì 23 Giugno 2017, 16:31 - Ultimo aggiornamento: 23-06-2017 16:31
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