A Capri l'arte di Takashi Murakami,
re della cultura pop giapponese

di Donatella Trotta

L’alto e il basso. L’evocativo e l’esplicito. Il ludico e il perturbante. Tra arte e consumo. Con l’eco di un’antica tradizione riverberata in una sperimentazione postmoderna: a fondere passato e futuro nelle provocazioni di un presente creativo, dove le icone artistiche della cultura di massa contemporanea occhieggiano -  con successo - al mercato diventando così stile, moda, brand riconoscibile, status symbol.

Molto in sintesi, è l’ineffabile arte di Takashi Murakami: re della cultura pop nipponica, scultore e pittore 55enne di Tokyo che dalle rarefatte e quiete atmosfere bidimensionali delle stampe artistiche giapponesi “del mondo fluttuante” (Ukiyo-e) del periodo Edo (XVII secolo), dalle figure del teatro tradizionale Kabuki e delle marionette Joruri trae ispirazione per arrivare, attraverso l’iconografia dei fumetti manga, dei cartoni animati anime e dell’immaginario feticisitico, ossessivo e consumistico degli Otaku (i nerd giapponesi), alla cifra pluricromatica, esuberante e fumettistica della sua estetica Superflat (il “superpiatto”): manifesto di un movimento artistico che rivisita il canone tradizionale con la sensibilità di un artista attento alle metamorfosi dell’Impero del Sol Levante dopo il trauma della seconda guerra mondiale. Un “impero dei segni” che Alessandro Gomarasca e Luca Valtorta hanno non a caso definito, in un loro utile volume sulle mode, i giovani e gli umori nel Giappone contemporaneo, «Sol mutante».

Da sabato 9 luglio al 31 agosto prossimi, se ne potrà avere un’idea a Capri, in occasione della mostra  «Murakami. Jap Pop in Capri», che nella galleria Aica/Andrea Ingenito Contemporary Art (vernissage sabato 8 luglio alle 18.30) esporrà una ventina di serigrafie che narrano il percorso creativo di Takashi Murakami, definito nel 2008 dalla rivista «Time» «il più influente rappresentante della cultura giapponese contemporanea». A completare e contestualizzare il percorso espositivo caprese, organizzato in collaborazione con Epochè Club Art Capri, anche un nucleo di opere di giovani esponenti del pop giapponese il cui stile si ispira a quello del maestro nipponico.

Più occidentale dell’Occidente, e tuttavia radicalmente e ostinatamente orientale, dagli anni Settanta il Giappone è diventato un laboratorio antropologico e artistico di primo piano, “avanguardia del futuro”, cantiere creativo aperto e avamposto di nuovi paesaggi sociali e nuovi modi di consumo, capace di divorare e metabolizzare ogni diversità “nipponizzandola” velocemente. Lo dimostra la traiettoria di Takashi Murakami, che dietro i suoi fiori, disegni, “jellyfish eyes”, buffi pupazzi e caricature apparentemente infantili dai colori sgargianti riesce a dar voce alle subculture profondamente segnate – come il teatro-danza Butoh – dalle conseguenze dell’attacco nucleare a Hiroshima e Nagasaki: il «Pika-don» (letteralmente: lampo e scoppio), ferita generazionale che adombra i turbamenti, le ossessioni e le perversioni dei giapponesi del dopoguerra, costretti a fare i conti con una identità messa in discussione dall’americanizzazione forzata con un disagio di civiltà espresso sia dagli Otaku (termine che originariamente è un pronome onorifico di seconda persona, corrispettivo dell’italiano “Lei”, poi divenuta definizione che connota una certa cultura giovanile nipponica dedita in modo ossessivo a fumetti, cartoni animati, videogiochi e computer) sia dalle rappresentanti femminili della cinquettante moda del «Kawaii» (“carino”).

È in questo contesto che si evolve l’arte di Murakami, laureato in pittura tradizionale (Nihon-ga) all’Università delle Arti di Tokyo, vincitore di una borsa di studio del MoMa di New York - dove si trasferì restando affascinato dal lavoro pop di Jeff Koons e dall’idea di Factory di Andy Warhol, oltre che alle filosofie produttive di aziende cinematografiche come la Disney, Lucas Film e Studio Ghibli, del suo geniale compatriota Hayao Miyazaki – e infine esordiente con una prima personale a Tokyo, nel 1989: inizio di un percorso di successi personali in tutto il mondo, ma anche di sistematica promozione del valore di un’arte giapponese autonoma dalle influenze occidentali e capace di esprimere la realtà culturale del “nuovo” Giappone. Secondo Murakami, è proprio l’immaginario di questa subcultura consumista e feticista ad aver recuperato un segno distintivo dell’arte giapponese antica: la tradizionale bidimensionalità del periodo Edo: e nasce proprio da questa fusione tra la bidimensionalità e l’iconografia manga il manifesto programmatico, di Murakami, con l’estetica del Superflat: un “effetto piatto” in cui una serie di elementi cancella qualsiasi prospettiva ed ogni possibile interstizio, obbligando l’osservatore ad uno sguardo fisso e straniato come davanti all’ipnotismo di un Pachinko, di un videogioco d’azzardo.

Particolarmente significativa in tal senso è l’opera «And then, and then, and then, and then, and then», esposta a Capri, il cui protagonista è l’iconico pupazzo Mr. Bob, un personaggio che segue la filosofia dell'estetica Kawaii. Secondo l'artista, è metafora del popolo giapponese postmoderno, di una società infantile affetta da quella che lo psichiatra Takeo Doi chiama Amae no kozo, “anatomia della dipendenza” e che non è stata in grado di superare lo choc della sconfitta subita nel 1945 (e il trauma della conseguente occupazione statunitense). In Tokyo Tower l'artista rappresenta invece se stesso che, in un caricaturale autoritratto, osserva da lontano l'imponente torre di Tokyo, in compagnia dei suoi consueti personaggi. Un’opera dai colori accesi e pregna del linguaggio di Murakami che riesce a esprimere il disagio di una generazione attraverso il contrasto tra la vivacità del disegno e l’effetto di piattezza che sconcerta lo spettatore.

Non a caso, sulla scia della comune ispirazione alla cultura e all’iconografia di massa, Murakami è spesso accostato – pur discostandosene, di fatto - all’icona pop per eccellenza, Andy Warhol, protagonista nel 2016 della stagione espositiva caprese di AICA con la mostra «Andy Warhol. Summer Pop Capri». E come il suo predecessore statunitense, anche l’artista giapponese capisce che l’arte può trasformarsi in business: perciò, nel 1996, fonda la Hiropon Factory, oggi Kaikai Kiki Co. Ltd, con sede centrale a Tokyo e sede distaccata a New York: una sorta di collettivo di artisti e azienda, i cui obiettivi sono la produzione, la promozione e il sostegno degli artisti nipponici emergenti. A questo scopo la società Kaikai Kiki organizza il festival Geisai, per diffondere l'arte giapponese nel mondo. È questa, in fondo, la vera creatura di Murakami, in cui l’artista riesce a concretizzare la sua personale filosofia del lavoro, squisitamente nipponica: perfezionismo, disciplina, rigore finalizzati ad un’attività instancabile che lo porta a traguardi sempre più ambiziosi (e a guadagni sempre più alti).

Ma pur realizzando fatturati da capogiro con l’impero di merchandising messo in piedi ad ogni latitudine, sperimentando ambiti e tecniche diversissimi tra loro e captando tendenze ancora inespresse, Takashi Murakami tuttavia vive, da perfetto giapponese, sobriamente, come un monaco, senza consumare nulla per sé, per continuare ad investire nella sua factory. Significative le richieste di collaborazioni con note celebrities del jet set internazionale, non a caso di stanza a Capri, isola ad alta densità mondana. Nel 2003 Murakami, in collaborazione con lo stilista Marc Jacobs, disegna ad esempio per Louis Vuitton la borsa Cherry Blossom, trasfigurando il logo dell'azienda in stile: la borsa, venduta tra i mille e i 5000 dollari, riscuote un successo enorme. Nel mese di giugno dello stesso anno François Pinault, il proprietario di Christie's, acquista per circa 1,5 milioni di dollari la scultura in fibra di vetro «Tongari Kun». Nel 2007, Murakami realizza la copertina dell'album Graduation di Kanye West; nel 2008, lavora con Pharrel Williams all’opera «The Simple Things» e nel maggio dello stesso anno la sua scultura «My Lonesome Cowboy» viene battuta a un’asta di Sotheby’s per 15,2 milioni di dollari; nel 2009 cura la produzione di un video musicale con Kirsten Dunst e, in collaborazione con i creativi dell’agenzia SET, l'artista realizza per Louis Vuitton un Design QR, un tipo di codice QR formato dall'immagine di uno dei suoi personaggi e dal pattern colorato di Louis Vuitton. Il codice è leggibile dai telefonini e indirizza verso una pagina del sito web mobile giapponese di Louis Vuitton che promuove i prodotti frutto della collaborazione con l'artista.

È la prima volta che Takashi Murakami si impegna in un progetto interattivo; un progetto che consacra al successo anche il mare di calamite, poster, peluche, agende, caramelle, giocattoli, t-shirt, cuscini, skateboard, carte da parati, custodie per smartphone e ogni altro genere di gadget che con la sua firma che viene commercializzato con una penetrazione capillare in gran parte del mondo, annullando così ogni differenza tra arte “alta” e arte “bassa”, originalità e serialità. Un approccio estetico e imprenditoriale che ha consentito a Murakami di rompere le barriere del mercato dell’arte elitaria internazionale vendendo, anche attraverso terzi, oggetti destinati al consumo di massa: non a caso, paragonando il manifesto artistico di Murakami e il fenomeno Otaku, il filosofo Hiroki Azuma ha sottolineato che l'estetica Superflat fa anche riferimento alla perdita del senso dei confini tra l'originale e la copia, o tra l'autore e i consumatori: caratteristiche postmoderne tipiche della subcultura giovanile giapponese. Un po' come l'apparente gaiainnocenza dei pupazzetti di Murakami adombra un sottile senso di morte e distruzione. Per scoprire la sua arte, la mostra di Capri è aperta con i seguenti orari: da martedì a domenica, ore 18-22.30, ingresso libero. Info: 081 0490829, www.ai-ca.com; email: info@ai-ca.com.
Giovedì 6 Luglio 2017, 12:29 - Ultimo aggiornamento: 06-07-2017 12:30
© RIPRODUZIONE RISERVATA




QUICKMAP