Venivano da Puteoli gli ebrei campani

di Stefano Piedimonte

Nell’incertezza storica sull’arrivo degli ebrei in Campania, a tracciare un legame, stavolta certo, fra il Vesuvio e Gerusalemme, ci pensa il libro IV giudaico degli Oracoli sibillini: qui, l’eruzione del 79 è inserita in una serie di grandi sciagure, punizioni che Dio avrebbe inferto a Roma - colpevole della distruzione di Gerusalemme, del Tempio e del popolo santo - per dieci lunghe generazioni. Nella traduzione di Capelli del 1999 si legge: «Un principe di Roma giungerà nella Siria e, dopo aver dato alle fiamme il tempio di Gerusalemme e aver compiuto grande sterminio, devasterà degli ebrei il grande paese dalle ampie strade (...) Ma, allorché da uno squarcio nel suolo d’Italia si leverà un fuoco che giungerà sino alla vastità del cielo, arderà molte città, ucciderà molta gente, l’aria spaziosa si riempirà di molta cenere e fumo e cadranno dal cielo piogge come di terra rossa. Allora sarà dato conoscere l’ira del Dio dei cieli, poiché queste distruggeranno l’innocente tribù dei pii».
A tracciare un quadro di grande interesse sulla presenza ebraica in Campania è Giancarlo Lacerenza, che firma il capitolo Dal Vesuvio a Venosa, gli Ebrei in Campania e in Basilicata del catalogo edito da Mondadori Electa sulla mostra «Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni» allestita a Ferrara presso il Museo nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah in occasione della sua inaugurazione, tenutasi alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Il Meis, questo l’acronimo, offre al visitatore un viaggio nei primi mille anni dell’Italia ebraica con un racconto curato da Anna Foa e Daniele Jalla, oltre che dallo stesso Lacerenza. Oltre duecento oggetti preziosi, fra i quali venti manoscritti, sette incunaboli e cinquecentine, diciotto documenti medievali, quarantanove epigrafi di età romana e medievale, e centoventuno tra anelli, sigilli, monete, lucerne e amuleti, poco noti o mai esposti prima, provenienti dai musei di tutto il mondo: dalla Genizah del Cairo al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dai Musei Vaticani alla Bodleian Library di Oxford, dal Jewish Theological Seminary di New York alla Cambridge University Library.
Le prime tracce di una reale frequentazione giudaica in territorio campano, spiega Lacerenza, arrivano da Puteoli, grande centro mercantile che ben prima di Ostia svolse per Roma la funzione di porto annonario e di approdo per uomini e merci provenienti da ogni parte del Mediterraneo.
Parliamo degli anni intorno al 40, con l’arrivo del filosofo Filone e di altri membri della gerousìa giudaica di Alessandria con l’obiettivo d’incontrare Caligola, il quale s’intratteneva spesso nella vicina Baia.
Le testimonianze risalenti al primo secolo sono comunque assai difficili da interpretare, quando non già fraintese. «Il graffito latino in cui sono stati letti i nomi delle città di Sodoma e Gomorra», spiega Lacerenza, «di cui restano poche lettere, ha buone possibilità di essere stato tracciato ben posteriormente all’eruzione; le poche anfore contenenti vino “giudaico”, secondo il titulus greco già d’incerta lettura e oggi evanido, può darsi che non fossero affatto destinate a clientela locale; e l’enigmatico poinium cherem seguito da due pentacoli, inciso a media altezza nel corridoio d’ingresso di un’abitazione privata, ha più del graffito apotropaico dell’anatema ebraico lanciato sulla città: come volevano i suoi primi editori e come la coincidente allusione a Sodoma e Gomorra lasciava a suo tempo interpretare».
Indizi e suggestioni, quindi, che lasciano presupporre, più che una reale presenza ebraica in area campana, una «conoscenza di cose ebraiche» da parte dei locali.
Giovedì 28 Dicembre 2017, 12:45
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