L'ultima meraviglia di Paestum: una fattoria accanto al tempio di Giasone

di Carlo Avvisati

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È uno scrigno senza fondo, l'archeologia in Campania. L'ultima notizia è che è stata scoperta una fattoria della prima età romana di Paestum. La struttura è stata intercettata nell'area di pertinenza del tempio dedicato a Hera Argiva, in prossimità di Foce Sele. Area di scavo e rinvenimento, che sono opera di una missione archeologica dell'Università Federico II di Napoli, Dipartimento Studi umanistici, coordinata da Bianca Ferrara, saranno illustrati oggi con l'intervento del direttore del Parco archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel. I risultati delle indagini, effettuate in virtù di un accordo triennale con la Soprintendenza archeologica campana e sotto la supervisione del «Parco», hanno fatto datare la nascita dell'edificio a un periodo compreso tra il II e il I secolo avanti Cristo. La fattoria, che si sviluppa su una superficie di circa trecento metri quadrati, propone un altro dato interessante: uno degli ambienti scavati quest'anno, è stato datato al II secolo dopo Cristo. Elemento che consente di stimare in circa quattro secoli il periodo di attività e di sopravvivenza del fabbricato. 

Dunque, non solo un'area di esclusiva frequentazione per devoti della dea quella che gravita attorno al tempio di Hera Argiva, la struttura religiosa che secondo il mito sarebbe stata edificata da Giasone, il capo degli Argonauti, che appunto alla foce del Sele si fermò con i suoi uomini durante il viaggio alla ricerca del «Vello d'oro», ma anche area di produzione e commercio perché è stato accertato che la destinazione d'uso dell'edificio potrebbe non essere prevalentemente agricola. Difatti, se le analisi sui frammenti ceramici rinvenuti confermeranno le intuizioni, allora si potrà parlare non solo del rinvenimento di una struttura privata utilizzata come fattoria, ma si potrà anche sottolineare che in quegli ambienti venivano stoccati sia prodotti di grande diffusione e commercializzazione come granaglie e olii, sia prodotti di nicchia quali erbe aromatiche, medicinali e per la cosmesi. Insomma, le specialità vegetali non solo entravano nella cucina dell'epoca per meglio insaporire le varie pietanze, ma erano anche usate per preparare unguenti e rimedi da utilizzare nelle farmacie casalinghe e come prodotti di bellezza. «Per adesso rivela Bianca Ferrara possiamo solo dire con certezza che le indagini fatte su quanto contenuto in alcuni recipienti o frammenti ceramici, e che poi sono diventate elementi di base per lo sviluppo di una tesi di laurea, hanno rivelato tracce di unguenti e cosmetici, oltre a granaglie, nei vasi più grandi. Faremo altre indagini e altre analisi. I loro risultati saranno valutati scientificamente e, in un senso a nell'altro, avranno contribuito a svelarci altri aspetti di questa città che ancora conserva tanti segreti». 
Lunedì 31 Luglio 2017, 09:15 - Ultimo aggiornamento: 31-07-2017 09:15
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