Da Parigi al Palazzo Reale di Milano: alla scoperta di Manet

di Ciro Manzolillo

Benché morì a cinquantun'anni nel 1883, Edouard Manet fu uno dei più illustri protagonisti della pittura della seconda metà dell'Ottocento, l’interprete più influente della corrente pre-impressionista in una Parigi che andava consolidandosi come capitale indiscussa della modernità. L'artista e la sua città si può dire che fanno da filo conduttore alla straordinaria mostra visitabile fino al 7 luglio nella splendida cornice di Palazzo Reale di Milano e curata da Isolde Pludermacher, Caroline Mathieu e Guy Cogeval, quest'ultimo storico presidente del Musèe d'Orsay e dell'Orangerie di Parigi da cui proviene la maggior parte delle opere in esposizione.

Dunque, Manet e Parigi, ma la mostra milanese è pure un chiostro interfacciale tra un artista che ebbe il coraggio di non seguire l'arte ufficiale e altri grandi maestri a lui contemporanei; infatti si possono ammirare opere di Degas, Gauguin, Monet, Berthe Morisot, Renoir, Signac, Tissot, Cézanne, Boldrini, insomma tutta quella schiera di pittori che segnò una sorta di rivoluzionaria rottura con la tradizione. Un cambio di rotta estetico di cui sicuramente Manet fu il principale promotore anche per la trattazione dei soggetti e un certo approccio estetico, storico e intellettivo.

«Fu un grande pittore di storia - riportano in catalogo (edito da Skira) Guy Covegal e Isolde Pludermacher - possente sia nell'ambito dell'allegoria sia nel confronto diretto con gli eventi del suo tempo…». Tra le opere esposte non si può non citare il ritratto dell'amico e scrittore Emile Zola, ripreso seduto e di profilo sul cui fondo della tela si intravede una copia di un altro famoso quadro manetiano, “Olympia”, e una stampa del pittore giapponese Utamaro. Altro incantevole ritratto è certamente quello della pittrice Berthe Morisot, vestita a lutto per la morte del padre e che incarna nel volto assottigliato e candido una bellezza aristocratica. Di assoluto splendore sono, inoltre, il quadro del 1862 che ritrae l'intera figura della ballerina spagnola Lola Melea e la tela del “pifferaio” rappresentato da un giovane suonatore in cui il trattamento pittorico pone in superficie cromie dal forte effetto naturale, mentre un dominio di prospettiva e luce si può ravvisare in altre tele dove al centro c'è sempre la sagoma, il corpo, i lineamenti della donna.

«Malgrado le figure femminili rivestano un ruolo importante nella pittura di Manet - avverte Isolde Pludermacher - raramente siamo di fronte a ritratti nel senso tradizionale del termine... Spesso a lasciare sconcertati i contemporanei è l'ambiguità dei soggetti: l'interesse dell'artista è rivolto all'interiorità delle sue modelle, colta essenzialmente attraverso il loro sguardo, ora intenso, ora malinconico, ora smarrito, vivace o divertito. È lo sguardo a rilevare il grado di complicità esistente fra il pittore e la donna che posa per lui e a creare una relazione singolare tra l'osservatore e il dipinto...».

 
Lunedì 8 Maggio 2017, 20:55 - Ultimo aggiornamento: 08-05-2017 20:55
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