«Cento di questi puffi», la mostra tributo al Wow Spazio Fumetto di Milano

di Erminia Pellecchia

«Noi Puffi siam così, noi siamo Puffi blu, puffiamo su per giù due mele o poco più...»: un tormentone la sigla, cantata da Cristina D'Avena, che ci accompagna fin dai primi anni Ottanta quando il gran pubblico italiano, complice la serie animata realizzata da Hanna & Barbera, scopre sul piccolo schermo i buffi, scanzonati, eternamente giovani omini blu creati nel 1958 (prima apparizione su Le Jurnal de Spirou il 23 ottobre come comparse della saga di John e Solfami) dal fumettista belga Pierre Culliford, in arte Peyo (suoi trame e disegni con la moglie Nine responsabile dei colori). Tontolone, Quattrocchi, Inventore, Forzuto, Burlone Poeta, Stonato, Golosone, Brontolone,Vanitoso, Contadino, Grande Puffo, Baby Puffo... e poi lei, Puffetta, unica donna in un villaggio di soli uomini, forgiata dall'acerrimo nemico Gargamella - malvagio mago in perenne crisi di nervi, così come il suo perfido gatto Birba - per sconvolgerne la quiete, prima mora poi, una volta passata dalla parte del bene, bionda bomba sexy in miniatura: sessant'anni di storie ironiche e surreali, ambientate in un improbabile Medioevo, che hanno conquistato addirittura l'immaginario di Umberto Eco, catturato dai neologismi surreali del linguaggio puffoso. Già, proprio il bizzarro vocabolario è il motivo di un successo multimediale lungo tre generazioni di ragazzini (e non solo), partito dai fumetti per approdare alle serie animate televisive (la prima è del '61, in nove puntate), ai gadget (alcuni pupazzetti in gomma prodotti dalla Schleich degli anni Settanta sul mercato dei collezionisti hanno un valore inestimabile e le sorpresine degli ovetti Kinder valgono oro), le colonne sonore e lo sbarco nel cinema avvenuto nel 2011. L'origine? Quasi leggenda: una cena al mare, la momentanea amnesia di Peyo che, invece della saliera, chiede ad un amico di passargli il puffo e lui, di rimando “tieni il puffo, quando avrai finito di puffare, ripuffalo al suo posto”. Sessanta candelpuffe da festeggiare alla grande, con l'augurio di “Cento di questi puffi”: il tributo arriva da Wow Spazio Fumetto di Milano con la mostra che apre, nel museo di via Campania, proprio il 23 ottobre (fino al 25 novembre, ingresso libero, tutti i giorni tranne il lunedì, dalle 15 alle 19; sabato e domenica dalle 15 alle 20).

Un percorso inedito e divertente, una full immersion nel mondo di Puffolandia: in esposizione giornali rari dagli archivi della Fondazione Franco Fossati, tra cui l’originale del numero di Spirou “La flûte à six schtroumpfs” (Il flauto a sei puffi) e i numeri di Tipitì (1963) con la prima apparizione italiana ancora col nome di Strunfi (troppo simile ad una parolaccia e trasformato in Puffi) fino alle storiche storie pubblicate sui volumi cartonati e sul Corriere dei Piccoli dal 1964 e l’omaggio de Il Giornalino per i 50 anni con un racconto ambientato a Milano e la performance di piazza Duomo invasa da puffi in plastica bianca da colorare a piacimento. Tante le curiosità e qualche riflessione. Dietro all'universo magico dei Puffi col loro cappuccio bianco che ricorda il berretto frigio della Rivoluzione francese si nasconderebbe un messaggio politico? E Grande Puffo col suo copricapo rosso incarnerebbe Marx? O l'azzurro è, invece, un rimando alla massoneria? Poco importa, il messaggio è quello dell'eterna lotta dell'umanità tra bene e male e, soprattutto un inno alla fantasia. Peyo muore nel '92, lasciando dietro di sé sedici fumetti e piccoli eroi, che furono portati dal figlio Thierry nello studio Imps alla periferia di Bruxelles. Ma la lunga storia d'amore continua. E, ancora oggi, attraverso i caratteri delle sue simpatiche creaturine, possiamo identificarci, sorridendo delle nostre manie e imbevendoci della loro essenza di felicità.
Sabato 20 Ottobre 2018, 18:36
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