Con Zerocalcare torna tutta la band: «Ma è invecchiata assieme a me»

di Giovanni Chianelli

Sbarcano a Napoli il Secco, Sara, Deprecaile, Cinghiale e gli altri. Poi, con loro, Zerocalcare. Sono loro i pifferai di chi li ha inventati. Sono venuti a presentare Macerie prime, l'ultima graphic novel dell'artista romano, uscita da pochi giorni per i tipi di Bao. Prima la tribù di personaggi estremi, scorretti, molto comici e poi il suo autore, per uno che come Zerocalcare cresce con le sue storie e le figure che le abitano: «Sono invecchiati con me, ma mi hanno aiutato a capire chi sono».

Alla Feltrinelli un firma copie di ore: giovani, soprattutto, e qualche adulto rapito dal disegnatore trentaquattrenne, creatore di La profezia dell'armadillo e Kobane calling. Timido, ansioso, molto generoso con le domande di tutti. Ha già annunciato a maggio l'uscita di Macerie prime - Sei mesi dopo per un continuo immediato della storia che questa volta raggruppa un po' tutti i personaggi principali usciti dalla sua matita. Tanto da somigliare a un commiato: «E forse lo è, nel senso buono. La storia continua, qualche amico ci lascerà perché sarà difficile tornarci sopra».
 
 

Si può parlare di un solo libro, diviso in due parti.
«Si, anche se la storia che presenteremo a maggio è completa per metà. Ovvero: ho la scaletta e le idee chiare, ma su cosa definitivamente andrà in stampa devo chiedere alle persone che ispirano i miei eroi. Ora mi armerò di taccuino e mi aggiornerò».

L'ispirazione è sempre autobiografica?
«Sì e no. Sì perché racconto ciò che mi capita, no perché gli uomini e le donne a cui mi richiamo vivono una vita propria. Perciò posso immedesimarmi fino a un certo punto: non riesco, per esempio, a sentire su di me l'orologio biologico se voglio far vivere una ragazza sulla trentina».

Altre influenze?
«I commenti dei miei lettori: non si può avere idea di come mi condizionino. Credo che i feedback siano molto preziosi».

Quindi lei è uno che sa tornare sui suoi passi.
«Sì, anche se non rileggo mai quello che ho fatto. Consegno una tavola alla volta perché se mi fermassi a considerare il risultato non so più se mi piacerebbe».

Il successo la sta cambiando?
«Eccome: soprattutto sta cambiando la vita del mio cast ricorrente. Dentro e fuori la pagina disegnata. Dentro i personaggi invecchiano, maturano, peggiorano, diventano incredibilmente lontani da quando li avevo creati. Mentre nella vita vera pretendono il loro spazio».

Chi sono?
«Soprattutto i ragazzini a cui facevo lezioni. Ragazzi di quartieri poveri, cresciuti nel disagio. Alcuni hanno preso strade decenti, studiano o lavorano. Altri sono diventati orribili, nazistelli di periferia».

Una volta, da Fazio, ha detto che non si riconoscevi in chi la leggeva. Ovvero che la leggeva troppa gente, anche quelli che non avrebbe voluto.
«Non è più così: il mio pubblico si è scremato col passaggio dal blog al cartaceo. Prima potevo piacere anche a una platea qualunquista, ora mi accorgo di no».

Questo lavoro, che raggruppa molte storie e figure passate, sa tanto di addio.
«Sicuramente è l'addio di alcuni personaggi perché più di quanto gli ho chiesto non posso. Ma non significa che interromperò la cosiddetta continuity, anzi ne uscirà rafforzata al passaggio del testimone».
 
Giovedì 16 Novembre 2017, 09:49 - Ultimo aggiornamento: 16-11-2017 09:49

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