Con gli occhi di Caravaggio | Solo a Napoli il popolo ha una identità che mi fa cercare i pennelli

di Francesco de Core

Pubblichiamo un brano del libro “Con gli occhi di Caravaggio” di Francesco de Core e Sergio Siano, edito da Intra Moenia. De Core, redattore capo del Mattino e scrittore, ci propone l'ultimo segmento della vita del grande maestro affidandosi alle sue parole, un diario del periodo napoletano diviso in due momenti, dalle fine del 1606 all'estate del 1607 e dal settembre 1609 al luglio 1610, ovvero poco prima della tragica morte. Il testo è corredato dalle immagini di Siano, fotoreporter del Mattino, calatosi nelle profondità di una metropoli, Napoli, che dal '600 aoggi sembra vivere un eterno presente.


Settembre 1609


Avevo abbandonato a Napoli queste mie poche carte che credevo di aver lasciato a una sorte di fuoco e cenere, al silenzio dell'oblio. E invece rieccole, tra le mie mani che ancora tremano. Il destino, e i Carafa, mi hanno permesso di ritrovarle dopo la fuga precipitosa da Malta e dalla Sicilia. Molti avvenimenti sono accaduti, spesso drammatici, ho dipinto, fatto a botte, bevuto e reso omaggi, sono scappato come un ladro e non da cavaliere qual ero diventato ma ho lasciato tracce del mio passaggio, martiri e santi, prigionieri o decapitati, perché il sangue non manca mai nella mia vita, quello che ribolle nelle viscere e quello che fuoriesce rosso come un tramonto, come il vino che ho tracannato, come il colore dei drappi che danno profondità alle scene che prediligo.
 
 


Trovai rifugio a Napoli per sfuggire alla mia condanna capitale, ci torno ora che speravo, invece, di riprendere la strada per Roma senza più il peso, e il tormento, di quella brutta storia, e della morte annunciata per me, Michel'Angelo di Caravaggio, che ha dato felicità con le sue visioni. Tornerò a dipingere anche qui, nella città che mi ha già accolto, e osannato, con la paura d'essere inseguito dagli scherani del cavaliere offeso sull'isola. Intanto mi adopererò per risalire a Roma con la fedina immacolata, non più bersaglio ma celebrato per quanto merito. Napoli mi angoscia oggi come prima con la sua splendida disarmonia, mi accoglie tra urla sguaiate come piovute dal cielo, e il frastuono si espande ovunque, entra nei portoni e nei vicoli, fa sobbalzare le vie, le riempie, colma i polmoni delle donne e dei ragazzini.
 


Procedo tra bottegai e pescivendoli, straccioni e signori, in una calca che mi soffoca dolcemente ma che mi è mancata a Malta e in Sicilia. E i volti, che bei volti, che sguardi, che rughe, che solarità, che espressioni, fossero anche quelle dei ladruncoli e dei malfattori che si agitano come formiche: solo qui il popolo ha una densità che mi fa cercare i pennelli con trepidazione. Dipingerei ovunque, a Napoli, dove il sole cala a picco senza risparmiare la sua vitalità, non è mai clemente, riscalda e devasta insieme, gli aliti e gli odori li fa marcire in un'aria che è sul punto di farsi fetida, a un passo dalla spiaggia.
© EDIZIONI INTRA MOENIA
Giovedì 23 Novembre 2017, 22:48 - Ultimo aggiornamento: 24-11-2017 17:12
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