Zavoli e la «strategia dell’ombra»:
un viaggio tra vita e parole

di Silvio Perrella

La strategia dell’ombra (Mondadori) è quella che Sergio Zavoli attua nel suo nuovo libro in versi. Carlo Bo aveva intuito in lui «un discorso poetico che ci auguriamo lungo». E lui ha provato a non smentirlo; i versi gli sono venuti alle labbra dalla parte del dubbio; dalla voce che quasi dice a stessa l’essenziale prima di zittirsi; dall’ombra, per l’appunto.

Per uno che ha passato «la vita tra le voci» e le ha ascoltate e se ne fatto testimone, oggi si rende necessario l’ascolto del «cauto indugio/ tra me e me». La vita gli ritorna «con la recisa nudità dei segni».
Si fanno strada le origini: la Ravenna natale, la Rimini che lo accoglie giovane, i genitori, ma anche gli amici e il nipote Andrea (che gli chiede «come è fatto il vento») e Francesco, il Papa che ama «anche i vicoli dell’anima».
È la vita di chi sa che «C’è un’ora per vedere ogni sera». È la vita di chi ha ancora fitti nei ricordi i fotogrammi gravi e tetri della guerra:«Mi guardo intorno/ e non riesco a dirmi/ se siamo in pace / o all’erta sui bastioni;/ se ho sul capo il celeste dipinto/ nel cielo dei teatri e delle chiese,/ o l’acciaio che fa le prove/ per il giorno dei morti, e aggiungerne di nuovi».

Erano tempi nei quali «la città riprendeva a parlare»; «e nelle scuole ditelo ai fanciulli/ che patria si può scrivere/ anche con la minuscola,/ come padre e madre». E si sentiva di nuovo «udor d’la ca’» (l’odore della casa).
Zavoli si prova a «sbucciare le parole» e cerca, nello spazio indistinto dove le ombre si avvinghiano alla luce, di «avere, chissà un secondo giudizio». È la seconda chance della quale parla Shakespeare. La chance di chi ha già combattuto le guerre della vita e della Storia e oggi dice a se stesso che «occorreva cercare/ la forza per credere che siamo alle prese/ con qualcosa di comune, oppure è solo un viaggio/ nel niente».
Me lo ricordo, Zavoli, al tempo in cui fu direttore de «Il Mattino»; fu il primo dei direttori del mio giornale che mi ricevette nel suo studio. Era voglioso di stabilire una nuova relazione con la città, ma fu solo una parentesi. Il suo vero mondo era altrove.

Adesso, leggendo i suoi versi, lo vedo baluginare dalla pagina, quel suo mondo, mentre scrive che «La mia città natale, Ravenna,/ ha il giallo imperiale che riluce/ dentro le basiliche circondate da nebbie/ in cerca dei rosoni per passare la notte/ con la fissità degli occhi bizantini./ E io, in un pugno di calce, sto come/ il filo d’erba nella crepa, un nido abbandonato».

Continua a leggere sul Mattino digital
Lunedì 21 Agosto 2017, 09:17 - Ultimo aggiornamento: 21-08-2017 10:07
© RIPRODUZIONE RISERVATA




QUICKMAP