Napoli studia Matilde Serao

Matilde Sera
di antonio saccone

Oggi e domani a Napoli, nelle sale della Società Nazionale di Scienze Lettere e Arti, è di scena Matilde Serao, l’operosissima giornalista e prolifica narratrice che, oltre a produrre più di quaranta romanzi e raccolte di racconti, nel marzo 1892 diede vita al «Mattino». A discuterne l’opera sarà impegnato un nutrito gruppo di accademici, giovani e meno giovani, della Federico II, della Iulm di Milano, della Normale di Pisa. Corifei della meritoria iniziativa Patricia Bianchi e Giovanni Maffei, che naturalmente non mancheranno di far sentire la loro voce (la prima con un intervento che si preannunzia appetitoso sin dal titolo La scrittura di Matilde Serao per il cinema, il secondo orientato a iscrivere l’opera della «più forte prosatrice d’Italia» (la definizione è del Carducci) sotto l’insegna dell’Opaca ‘narratologia’ dei veristi.

Ad aprire le relazioni una studiosa della Serao di lungo corso, Donatella Trotta, a cui si deve, tra l’altro, il fortunato libro «La via della penna e dell’ago», che ricostruisce con zelo documentario ed estro espositivo la parabola professionale e privata di donna Matilde nella fervida stagione racchiusa tra la nascita del «Mattino» e i primi anni del Novecento. A lei il compito di delineare la fisionomia intima e pubblica dell’eclettica poligrafa. Nicola De Blasi, Chiara De Caprio e Giovanni Maddaloni illustreranno i registri linguistici su cui è scandita la scrittura della Serao. Non poteva mancare l’accento su quello che fu uno dei più coinvolgenti e intensi temi della letteratura del secondo Ottocento, il bovarismo (Muscariello). E ancora interessanti problematiche saranno offerte dal sondaggio in chiave europea del romanzo Suor Giovanna della Croce (Acocella), dai rapporti con le arti figurative (Caputo) e dai «luoghi della fede» che fanno da fondale scenografico alla narrazione del Paese di Gesù (De Liso). A completare il mosaico le tessere configurate dalle riflessioni sulla psicologia della donna e della scrittrice (Pagliuca) e i confronti, sintonici e distonici, con i grandi paradigmi di Verga e dei naturalisti francesi (Giovannetti, Pennacchio, Scaravilli). Immagini e letture (affidate all’attrice Margherita Romeo) arricchiranno l’omaggio tributato alla scrittrice.

Parlando della Serao è quasi ineludibile richiamare il giudizio severo di Domenico Rea consegnato, alle soglie degli anni Cinquanta del secolo scorso, al celebre scritto Le due Napoli, in cui l’autore di Spaccanapoli esprime l’urgenza di mettere fine alla «vasta tradizione indigena e straniera tanto antica e radicata da far legge», da favorire «l’errore di scambiare la finzione letteraria per la realtà stessa». In quella tradizione Rea include anche autori, di cui pure riconosce il rilievo artistico, come Di Giacomo, la Serao, De Filippo. Della Serao dirà che si tratta di una giornalista dotata di sguardo analitico coraggioso, certamente anticonvenzionale, autrice dell’acuto e intenso reportage Il ventre di Napoli, ma fievole narratrice e perciò incapace di tradurre l’indubbia perizia investigativa esibita nella sua inchiesta in un forte esito rappresentativo, in «un’opera che sappia puntare direttamente alle cose come seppe fare Verga, che spogliò le cose del folclore siciliano e le rese nude e terribili». Tuttavia, al di là delle riserve espresse sulla validità conoscitiva e artistica della Serao autrice di romanzi e racconti, resta da segnare con una forte sottolineatura il partecipe elogio dell’implacabile e sarcastica polemista. Uno scrittore come Rea, alieno da anestetizzanti mistificazioni e interessato a perlustrare senza veli il drammatico ‘presepe’ napoletano, non può non condividere l’invettiva della Serao. Non può non sentirsi in sintonia con la determinazione con cui la reporter illumina «i grandi strappi» presenti nel seducente paravento con cui l’opera di bonifica edilizia del Risanamento vuole nascondere la tragica miserabilità antropologica e sociale di Napoli. Sono le brusche lacerazioni del malioso sipario a «mostrare l’oscurità, il luridume delle quinte, ove tutto è rancido, è puzzolente, è nauseante». Nelle parole con cui la Serao allestisce il suo straordinario saggio, realismo e grottesca deformazione si convertono reciprocamente. Come poteva Rea non sottoscriverle, quelle parole, come testimonianza di un giornalismo moderno, capace di «narrare» con tanta espressiva, spregiudicata efficacia?
Mercoledì 17 Ottobre 2018, 15:18 - Ultimo aggiornamento: 17-10-2018 15:20
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