Quel «satrapo» di Eco, il patafisico

di Raffaele Aragona

Umberto Eco era anche «Satrapo», titolo assegnato dal Collège de Pataphisique a letterati e artisti, soprattutto francesi, come Duchamp, Clair, Prévert, Queneau, Man Ray, Baudrillard, Arrabal, Carelman. E, in Italia, Sanguineti, Dario Fo, Enrico Baj, Mario Persico, Ugo Nespolo. La Patafisica era un altro dei molteplici interessi dello scrittore, scomparso esattamente un anno fa, che si può dire la perseguisse prima ancora di farne parte, già all'epoca delle sue collaborazioni alle riviste «Il cavallo di Troia» e «il Caffè».

Di cosa si tratta? La spiegazione è ardua e l'apostrofo iniziale sta a distinguere la sfera esatta della Patafisica cosciente e volontaria da quella data da manifestazioni inconsce e casuali. La definizione corrente la qualifica come «scienza delle soluzioni immaginarie» inventata dal protagonista dell'Ubu roi di Alfred Jarry, suo genitore assoluto. Pervasa da un desiderio di reinventare, deformare e distruggere tradizioni e luoghi comuni con una meditata ironia (i baffi apposti da Duchamp alla Gioconda ne sono un esempio), crea dissonanze e inversioni di rotta inattese. Questo atteggiamento, dopo Jarry, ha continuato a vivere nello spirito del Collège instradandosi in varie sottocommissioni, come gli Opifici di letteratura potenziale (l'Oulipo francese e l'Oplepo italiano), dando luogo al fiorire di una produzione letteraria e artistica intesa come tecnica combinatoria o come scrittura regolata da norme restrittive: le quali minano apparentemente il concetto di «ispirazione» attraverso operazioni pressoché artigianali ma che in realtà mettono alla prova la creatività.

Un esito particolarmente felice di tali sperimentazioni è rappresentato dagli Exercices de style di Raymond Queneau (1976): le 98 variazioni di un unico episodio furono tradotte o, per meglio dire, riscritte nel 1983 da Eco, che si calò nello spirito accettando il gioco e conducendolo con rigore. All'esperienza degli Esercizi sono seguìti altri episodi nei quali la vena giocosa e nel contempo rigorosa di Eco trovava sfogo: come nel caso di Vocali, Sator arepo eccetera, Povero Pinocchio e di diffuse incursioni in campo enigmistico ai confini dei suoi interessi di semiologia: come i 12 enigmi apparsi sul n. 73 di «Alfabeta» (1985) e le riflessioni sul linguaggio crittografico sulla scia di Greimas.
Nella Patafisica circola il gusto della dimostrazione sottile, quella di tagliare il capello in quattro ed Eco non perse l'occasione per istituire la disciplina della «tetrapiloctomia» che è parte della «cacopedia», «summa negativa del sapere, ovvero, come una summa del sapere negativo». Essa, in quanto «eccezione», si inscrive di diritto all'interno della Patafisica che è la Scienza di tutte le scienze. Concepita scherzosamente, Eco definì la «cacopedia» come «la pratica di quelle soluzioni che, se uno non si affretta a immaginarle per malvagità e malizia, saranno ben presto immaginate da qualcuno, sul serio e senza malizia; il nome viene da kakós che vuol dire brutto e cattivo: è un esempio di cattiva educazione». Di eccezionale valore cacopedico era il «Progetto per una facoltà di irrilevanza comparata», con vari dipartimenti tra i quali, quello di «ossimorica» con tante materie di córso: enologia musulmana, lingue franco-germaniche, idrografia selenitica, istituzioni di aristocratica di massa, oceanografia tibetana, storia delle tradizioni innovative...

Eco fu eletto Satrapo il 20 aprile 2001 ricevendo il diploma da Thieri Foulc, Provveditore del Collège, nel corso di una serata in casa di Arrabal, ma era già membro dell'Institutum Pataphysicum Mediolanense dal 26 marzo 1983. Nel presentare nel 1982 a Milano il volume di Enrico Baj Patafisica, la scienza delle soluzioni immaginarie, citò le ultime parole di Jarry che in punto di morte chiese uno stuzzicadenti. E in un'intervista al «Figaro magazine» del 14 marzo 2014, dichiarò: «Il mio unico problema è di trovare un'ultima volontà all'altezza di quella del mio maestro Alfred Jarry, che chiese uno stuzzicadenti». Se di Jarry si considerava un discepolo, di Jacques Carelman era felice d'essere collega patafisico. Io lo vidi gioire in modo contagioso quando, nel novembre 2000, di ritorno da un convegno «Oulipo-Eco-Oplepo», accompagnai lui e sua moglie Renate allo Spazio Oberdan per la mostra degli «oggetti introvabili» di quell'artista: Eco sprizzava meraviglia e allegria da tutti i pori dicendosi felice d'essere anch'egli un patafisico.
 
Domenica 19 Febbraio 2017, 10:32 - Ultimo aggiornamento: 19-02-2017 10:32


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