Azar Nafisi: «Io e donna Matilde, due donne emancipate dal mestiere di scrivere»

di Donatella Trotta

Nei suoi libri, pubblicati in Italia da Adelphi, Azar Nafisi intreccia ricordi autobiografici e interpretazioni dei grandi classici della letteratura mondiale coniugando passione e compassione, elogio della lettura e potere della scrittura per la costruzione di identità indipendenti e creative: dal best seller mondiale Leggere Lolita a Teheran (2003, tradotto in 32 lingue) al memoir Le cose che non ho detto (2008) fino al suo unico libro per bambini, Bibi e la voce verde (2006, illustrato da Sophie Benini Pietromarchi). Nei suoi articoli (per il «New York Times», «Washington Post», «The New Republic»...) interviene su questioni culturali e sociali con un timbro di grande impegno civile. E con la forza penetrante delle parole (e delle storie narrate) riesce a creare varchi nei totalitarismi di qualunque segno: lasciando spazio a quell'immaginazione eversiva e liberante che, per lei, è un diritto democratico inalienabile e universale, da tutelare come tutti i diritti umani fondamentali. Tanto da averle dedicato di recente un significativo saggio, La repubblica dell'immaginazione (2014), dove mette in guardia contro pericoli ancor più insidiosi perché invisibili - delle oppressioni palesi di tirannie conclamate: la pigrizia e il conformismo intellettuale, la crisi di visione, la dittatura degli stereotipi, la censura dei pregiudizi, l'omologazione dell'indifferenza e la globalizzazione della mentalità utilitaristica e mercenaria.

Anche per queste ragioni Azar Nafisi, classe 1955, autorevole intellettuale di lingua farsi e formazione (pure) angloamericana, scrittrice e docente universitaria della diaspora iraniana con cittadinanza statunitense dal 2008, ha vinto la seconda edizione del Premio letterario Matilde Serao, promosso da «Il Mattino», che domani sera le sarà assegnato nel corso di una serata di gala al San Carlo. «Un riconoscimento intitolato ad una donna che mi ha molto colpito confida la scrittrice appena giunta da New York - perché pur nella diversità, geografica e temporale, la sento vicina per temperamento e approccio alla letteratura: ai suoi tempi, per certi versi peggiori dei nostri per le donne, Serao è stata a suo modo un'attivista per il cambiamento del mondo attraverso storie al femminile che, usando un linguaggio moderno e innovativo, hanno trasformato mentalità e modalità di racconto», aggiunge Nafisi, accompagnata a Napoli dal marito ingegnere Bijan Naderi, conosciuto ai tempi dell'università in Usa quando entrambi rivelano - militavano nella confederazione di studenti iraniani attivisti contro lo Scià Reza Pahlavi, di cui Bijan era uno dei leader. Una bella storia d'amore e di lotta, (con)divisa tra due mondi cruciali per la partita del futuro nell'attuale scacchiere geopolitico mondiale.

Signora Nafisi, lei ha assistito a ripetuti sconvolgimenti politici e sociali generati dalla «rivoluzione» della Repubblica islamica degli ayatollah dopo il rovesciamento della monarchia nel 1978-79, quando tornò in Iran per insegnare, per 18 anni, letteratura inglese all'università di Teheran, dove suo padre è stato sindaco e sua madre prima donna parlamentare. Come vive l'«esilio« volontario in Usa?
«La vita mi ha insegnato presto che il concetto di casa è molto fragile e precario, perché è facilissimo perderla: basti pensare a quanto è accaduto nell'esperienza europea del XX secolo, quando la casa comune diventò luogo di nemici, anziché di amici e fratelli. Un po' come sta avvenendo in Iran. Certo, un esule si sente perennemente in colpa di aver lasciato la sua terra, convive sempre con un dolore e una nostalgia che si porta dentro. Ma le assicuro che l'esilio peggiore è quello di non sentirsi più a casa nella propria casa: come mi è accaduto nell'Iran della Repubblica islamica, che non era e non è più l'Iran che io ho conosciuto e amato. Perché l'Iran non è il regime degli ayatollah, né il suo popolo può essere giudicato da chi lo governa. L'Iran esiste da prima ed esisterà anche dopo questo totalitarismo, proprio come la vostra Italia, la cui civiltà esisteva prima ed esiste, e vive, anche dopo il regime fascista di Mussolini. Ma vorrei aggiungere una cosa sulla mia cittadinanza americana».
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Domenica 27 Maggio 2018, 08:00 - Ultimo aggiornamento: 27-05-2018 08:00
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