Premio Nobel per la Letteratura
assegnato al giapponese Ishiguro
Il profilo | L'intervista al Mattino

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Premio Nobel per la Letteratura 2017 assegnato a Kazuo Ishiguro, autore di  Non lasciarmi, poi il ritorno al romanzo giapponese naturalizzato britannico. Uno degli scrittori pià premiati del globo, non poteva essere più sorprendente. In Il gigante sepolto (Einaudi, pagg. 315, euro 20), il lettore vi è trovato infatti il campionario del genere fantasy, motivo per il quale il libro è stato stigmatizzato da alcuni critici alla sua uscita nel Regno Unito.

Proponiamo una intervista pubblicata sul Mattino nel 2015, in occasione della presentazione del libro.

Signor Ishiguro, il fatto che nel suo romanzo ci siano pressoché tutti i topoi del fantasy basta ad ascriverlo al genere?
«No, non è sufficiente che vi siano degli orchi o dei draghi per definire fantasy un romanzo, mi dispiace che i miei potenziali lettori siano indotti a pensare che il mio romanzo lo sia, che si tratti di una storia alla Rowling. Non lo dico per un atteggiamento snobistico, ma perché l'attesa dei lettori potrebbe essere delusa. Ogni volta che elaboro un soggetto romanzesco utilizzo qualsiasi strumento che ritengo sia utile per scrivere la storia che ho in mente. Nella fattispecie, per trattare il problema della memoria, sia a livello individuale che sociale, mi è sembrata una buona soluzione stilistica quella di tipo sovrannaturale, mitologico, con implicazioni che possono fare pensare sia alla fantascienza che alla fiaba popolare. Ma in realtà in questo romanzo ho attinto a molteplici e differenti suggestioni».
Quali in particolare?
«L'"Odissea", l'"Iliade", antichi testi inglesi come il "Beowful", ma anche fiabe popolari giapponesi. Per la creazione delle atmosfere e di certi personaggi sono stati anche rilevanti certi film western più tardi, penso in particolare ai film di John Ford o di Sam Peckinpah». Galvano è un eroe solitario con il suo cavallo che sembra richiamare l'archetipo moderno della frontiera. «Piuttosto che all'archetipo della frontiera penso alla figura del cavaliere solitario, a quel tipo di cavaliere obsoleto, impersonato in certi film da John Wayne, un violento, un vecchio cowboy che non serve più alla società nordamericana in quanto la guerra è finita».
Un cavaliere obsoleto come Don Chisciotte?
«Sir Galvano, come Don Chisciotte, è anacronistico, vive in una dimensione temporale che non è più la sua».
Visto che non è un fantasy, possiamo parlare di un romanzo fantastico con implicazioni esistenziali? La nebbia della dimenticanza, l'ossessione del passato, la ricerca di un figlio: sono evidentemente metafore esistenziali che pervadono il testo. Come dobbiamo interpretarle?
«Come la metafora di una delle più grandi questioni che tutte le società affrontano sin dall'inizio dei tempi: quella che riguarda l'opportunità di ricordare o, viceversa, di dimenticare, ovvero se sia meglio ricordare l'oscurità del passato o puntare la luce sul presente. E, in effetti sì, questa è una di quelle poche questioni esistenziali in cui sono racchiuse le grandi domande universali».
Che cosa rappresenta il gigante sepolto?
«Il buio che c'è dentro certi ricordi: è la metafora della memoria, un gigante che, se non dominato, può suscitare il caos. In ogni persona, come in ogni famiglia o in ogni paese, ci sono vuoti di memoria e in tutti noi, o in tutte le società, c'è sia la paura di ricordare che il vano tentativo di sotterrare ricordi che sono però indelebili. È il grosso dilemma dell'esistenza: dimenticare il male perché non ne derivino altri conflitti, anche se l'oblìo potrebbe generare una società anonima?. È la questione che assilla la società in cui viviamo, in bilico tra pace e conflitto, e che ho deciso di raccontare creando questo mondo mitico di un passato remoto, quasi si trattasse di una fiaba popolare».
Giovedì 5 Ottobre 2017, 13:02
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