Premio Campiello, trionfa la Di Pietrantonio: «Una vittoria per il mio Abruzzo ferito»

di Francesco Mannoni

E se fosse l'anno di Donatella Di Pietrantonio? L'Arminuta vince il Campiello 2017 ed è nella terzina dei finalisti del Premio Napoli. Nata in provincia di Teramo nel 1963, al suo terzo romanzo, dopo Mia madre è un fiume e Bella mia, quest'ultimo candidato al premio Strega nel 2014, la scrittrice-odontoiatra pediatrica non sta nei suo panni: « Sono emozionatissima, felicissima. Voglio dedicare il premio alle mie due famiglie: quella che mi ha generato e quella che ho costruito e alle persone che hanno lavorato con amore intorno a questo libro. Ringrazio i lettori che lo hanno amato e le due giurie che lo hanno votato e i librai. Voglio portare questo dono in Abruzzo, nella mia regione che viene fuori da un anno orribile, che ha subito terremoti, valanghe e incendi. Infine voglio dedicarlo a tutte le arminute e tutti gli arminuti, le persone che hanno vissuto nella loro vita e sulla propria pelle l'esperienza dell'abbandono».

L'arminuta (in dialetto abruzzese colei che è «ritornata») è un libro potente nella sua drammaticità: nella desolazione che ricorda le antiche miserie rurali delle famiglie abruzzesi (eppure siamo nel 1975, a ridosso del boom economico che ha cambiato l'Italia). La famiglia in cui la ragazza ritorna non è la casa ricca e accogliente della parabola del figliol prodigo, qui i posti letto sono insufficienti e a tavola si litiga per le porzioni, vitelli grassi da sacrificare non ce ne sono.

Un romanzo che è quasi un'inchiesta sull'identità: che cosa avviene nella mente di una ragazza restituita a un passato non vissuto, a una famiglia sconosciuta?
«Il romanzo ha varie polarità, e la protagonista salta da un polo all'altro. Uno di questi poli è rappresentato dalle due famiglie in cui si vede sballottata: ambiente borghese, benestante, protettivo, quello della famiglia adottiva; paesano, povero, dove non ci sono filtri di protezione dell'infanzia quello della famiglia biologica. E per lei la restituzione alla famiglia originaria è una specie di discesa all'inferno. Si trova in una casa sporca, in promiscuità con i fratelli in quanto dormono tutti insieme in una sola stanza, e dove si parla un dialetto che non conosce perché lei non l'ha mai praticato».
Le sue reazioni quindi, sono più che giustificate?
«A volte ha dei momenti di rabbia contro la madre biologica, ma sicuramente quello che più prova è l'angoscia, lo spaesamento, lo smarrimento, la paura, mitigata dalla vicinanza della sorella decenne, Adriana, a cui si lega con un affetto molto forte. È una specie di rifugio questa sorella, e tra di loro ci sarà sempre un rapporto di protezione e mutuo soccorso».
Adriana, la sorella minore ha delle capacità sorprendenti: la povertà matura prima?
«Adriana, nata in quell'ambiente, ha dovuto attrezzarsi molto precocemente per sopravvivere: ha intelligenza, prontezza, e molto buon senso nato dall'esperienza sul campo: tutto ciò manca all'Arminuta, vissuta in un ambiente ovattato e protettivo, che l'ha tenuta al riparo dalla vita vera con le sue crudezze e le sue brutalità. Adriana è di grande aiuto per la sorella nel contesto in cui operano, ma durante una gita al mare lei apparirà completamente inerme e sarà l'Arminuta a soccorrerla».
Negli anni 70, l'Abruzzo rurale era così arretrato come lei lo descrive?
«Dipende dal contesto. Anche se nel romanzo se ne parla di meno, c'è la città sul mare dove ci sono più possibilità di scambi e più opportunità, e dove la protagonista è stata con la famiglia adottiva. Ma il rientro in paese in mezzo al disagio economico ci fa piombare indietro».
Domenica 10 Settembre 2017, 16:20 - Ultimo aggiornamento: 10-09-2017 16:20

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