Maradona e i giorni della gloria: quando Napoli era la sua terra

di Francesco De Luca

Forse quei sessantamila, in un giorno di inizio luglio dell'84, avevano già capito tutto. Sfidarono il caldo, pagarono il biglietto d'ingresso del costo di mille lire ed entrarono al San Paolo per applaudire il primo palleggio di sinistro. Quei sessantamila napoletani cominciarono così a innamorarsi di Diego Armando Maradona, El Pelusa strappato al Barcellona dal presidente Corrado Ferlaino che voleva realizzare il sogno impossibile - tale era stato fino ad allora - di portare lo scudetto a Napoli. Attraverso le vittorie e gli show dell'argentino questo amore si è alimentato, fino a diventare eterno. Sul prato del San Paolo quel 5 luglio c'era anche Mario Siano, una vita da fotografo del Mattino. Avrebbe trasmesso passione e talento ai figli Riccardo e Sergio, che ne ha raccolto l'eredità in via Chiatamone. Ora dedica all'ex campione tante volte immortalato in azione «Maradona», libro di 160 foto che descrivono i giorni belli di Diego, del Napoli, di Napoli, perché vi sono anche immagini in bianco e nero della festa scudetto del 10 maggio 87 - quasi trentun anni fa - che entrò nella storia della città, non solo della squadra di cui il napoletano nato per caso in Argentina resta simbolo assoluto.

Il viaggio di Siano nei ricordi è affascinante, le foto corredate da giudizi sul campione e da alcune sue frasi. Toccanti queste parole: «Si dice: questo è stato il migliore del Barcellona, questo del Real Madrid, questo del Chelsea... Io sono orgoglioso di essere stato il migliore a Napoli». Quale fosse il rapporto tra la città e Diego lo colse lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, che scrisse dopo i trionfi degli azzurri: «E grazie a Maradona il Sud oscuro era riuscito, infine, a umiliare il Nord luminoso che lo disprezzava. Coppa dopo coppa, negli stadi italiani ed europei, la squadra del Napoli vinceva e ogni gol era una profanazione dell'ordine costituito e una rivincita sulla storia». La storia che Maradona e i suoi compagni scrissero vincendo due scudetti, la Coppa Italia, la Supercoppa italiana, la Coppa Uefa, superando i grandi poteri del Nord - Juve, Milan, Inter - arrendendosi solo alle vittorie dei rossoneri nell'88 e dei nerazzurri nell'89.

Più di tutti contò il duello con la Juve che si è riproposto anche in questa stagione, tra polemiche che aveva conosciuto e alimentato anche Maradona, arrivato un giorno a dire: «Quelli giocano in dodici». Nel collage degli omaggi all'eterno Diego vi sono i pensieri di grandi bianconeri. Tardelli che chiede scusa «per le botte che ti ho dato» e Boniek che sullo stesso argomento sottolinea: «Una volta ci dicemmo negli spogliatoi che l'unico modo per fermarlo era menargli di brutto. Ma in campo ci guardammo e ci dicemmo che no, era troppo bello vederlo giocare». Il rispetto degli avversari, di un'altra Juve. Cresceva, intanto, l'amore dei ragazzi di Napoli per il campione, come Sergio, avviato giovanissimo verso la professione di fotoreporter. Il piccolo Siano accompagnava il padre nelle case di giocatori e allenatori e un giorno, terrorizzato per la presenza di tre cuccioli di leone nel bagno di Vinicio, scoprì che il soprannome del grande Luis era O Lione. La gioia fu incontenibile quando l'aspirante fotografo mise piede al San Paolo per una partita di Diego, seguito quotidianamente anche negli allenamenti al Centro Paradiso, dove ogni gesto era l'occasione per uno scatto, dalla punizione al tuffo nel fango. E, dalla fine degli anni 80, ad osservare a bocca aperta il campione c'era l'allievo Zola, che sembrava accanto a lui «un puttino».

Le emozioni riaffiorano attraverso le foto. Rivederle è un brivido - «il Caravaggio del Novecento», così Vittorio Sgarbi definì Diego; «se Michelangelo lo vedesse lo dipingerebbe», disse Victor Hugo Morales che raccontò in Sudamerica il gol del secolo all'Inghilterra - che va oltre il tempo. Si mescolano le immagini dei trionfi e della vita privata, con Diego che fa il clown per Dalma in un circo e tiene per mano Gianinna sul prato di Soccavo. Ci sono le foto degli abbracci ai compagni e dei duelli con rudi avversari, poi quelle di uomini dello spogliatoio come il fisioterapista Gennaro Sapio e il ciabattino Salvatore De Paolis. E, infine, il messaggio di Salvatore Carmando, l'ex massaggiatore che vorrebbe un giorno portare l'amico fraterno sugli spalti del San Paolo affinché possa abbracciare, ad uno ad uno, i tifosi. Perché Napoli è sua e lo sarà per sempre. Lo disse dopo il primo scudetto: «Ho vinto un Mondiale, ma non ero nella mia terra. Questa invece è la festa più importante della mia vita perché Napoli è casa mia».
Venerdì 4 Maggio 2018, 19:01 - Ultimo aggiornamento: 5 Maggio, 14:31
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