«Leopardi e Campana, i poeti favolosi»

di Donatella Trotta

C'è una sorta di «percorso segreto della poesia» che - tra versi lirici e prosa - lega i Canti di Giacomo Leopardi ai Canti orfici di Dino Campana. Quasi un inatteso fluire carsico, iniziatico: dalle sorgenti remote del mito e della tradizione classica alle componenti del sogno, della visione, della fede nella letteratura (che coincide con la moralità e con lo stile della lingua), o della meditazione sul ricordo, scintilla originaria di creazione legata a luoghi e figure evocativi e simbolici. A delinearlo nei suoi saggi specialistici, attenti a testi e contesti con raffinata sensibilità e con la rigorosa competenza della migliore tradizione filologica italiana, è Fiorenza Ceragioli: studiosa di rango, Signora dell'italianistica tra l'università di Firenze e la Scuola Normale Superiore di Pisa, oltre che membro del comitato scientifico del Centro nazionale di studi leopardiani di Recanati (che dal 27 al 30 settembre ospiterà il convegno annuale dei leopardisti sul tema: «Leopardi nella cultura del Novecento. Modi e forme di una presenza»). Ed è proprio Fiorenza Ceragioli - autrice di ricerche critiche illuminanti come «I canti fiorentini di Giacomo Leopardi», «Il percorso della poesia. Leopardi a Pisa», oltre che curatrice per Zanichelli, con Monica Ballerini, di una corposa edizione critica in cd rom dello Zibaldone, e del catalogo della mostra «Leopardi a Pisa», accanto a nuove interpretazioni dell'opera di Campana - la vincitrice della XI edizione del Premio letterario nazionale leopardiano «La Ginestra» 2017, che le verrà conferito stasera alle ore 19 nella settecentesca Villa delle Ginestre a Torre del Greco dove il grande Recanatese soggiornò dal 1836 al 1837, componendo versi potenti come quelli de «La Ginestra» e «Il tramonto della luna».

Professoressa, a molti Leopardi ha cambiato la vita: a lei quando e come è successo?
«Ero agli inizi dei miei studi universitari. Sentii un professore commentare A Silvia e provai un'emozione molto forte: per la prima volta, un poeta riusciva a comunicarmi non tanto l'amore, ma l'intensità, la verità della gioventù con la sua apertura estrema alla speranza, con la sua capacità di accogliere l'universo dentro di sé. Pensai: è l'interprete della giovinezza. Questa dimensione, mai riscontrata in altri, risuonò in me come un miracolo. E precisò i miei interessi letterari, ispirati anche da una celebre lettera di Machiavelli a Vettori: quando descrive, esiliato dai Medici, la sua giornata all'amico precisando che la sera, rientrando a casa e mettendosi allo scrittoio, spogliatosi della veste quotidiana piena di fango, si riveste di panni reali e curiali entrando in colloquio con gli antichi, e cibandosi della loro umanità. Trasparente metafora dell'importanza dei classici, che ha segnato le mie scelte di vita».
Lei ha approfondito il periodo pisano del «giovane favoloso», il suo ritorno alla grande poesia: una svolta nella produzione leopardiana?
«Tra il 1827 e il '28 Leopardi vive a Pisa un periodo di grande e feconda serenità, testimoniato dai toni di alcune lettere alla famiglia e da alcuni passi dello Zibaldone: accolto con affettuosa simpatia, circondato da un clima di notevole considerazione in un ambiente non soltanto accademico - crocevia internazionale di incontri tra intellettuali cosmopoliti - viene permeato dalla bellezza di natura e cultura che incidono sulla sua sensibilità permettendo, dopo Recanati, il risorgere della poesia lungo quella linea del cuore posta, da lui, come centralità del suo essere e giustificazione del suo esistere. Mi colpisce ad esempio, di quel periodo, il titolo di un canto come Il Risorgimento, inteso come resurrezione della vita del cuore ma anche presago di una temperie di cambiamenti, fermenti e riforme per cui gli studenti universitari, che leggevano i Canti leopardiani, lo sentivano come uno di loro, con il suo incitamento alla virtù della libertà del proprio Paese».
Nel «pensiero poetante» leopardiano non mancano suggestioni tuttora attuali: come l'idea di Europa nello «Zibaldone», da lei indagato.
«Certo: la parola europeismo è stata coniata da Leopardi, ma in senso squisitamente culturale, non politico: era un erudito, con una grande attenzione al sostrato linguistico delle nostre radici classiche. Mentalità, comportamenti, valori sono inscindibili dalla lingua, che è cultura. Ma a me ha sempre colpito, in particolare, l'uso leopardiano della parola famiglia, per connotare l'idea di Europa: rinvia a un senso radicale di consanguineità, dunque di vicinanza, che è il vero senso di una necessaria koiné».
Meno felice il rapporto con il femminile in Leopardi: da studiosa e donna, come lo sintetizzerebbe?
«Un percorso drammatico, segnato dalla figura della madre, malata di bigottismo e incapace di esprimere sentimenti. Non a caso Giacomo scriveva lettere affettuose all'amata sorella Paolina, per anni quasi sepolta viva nella casa di famiglia, lettere appassionate al padre ed epistole solo rispettose alla madre, che non gli ha mai risposto con un rigo. Anche questo ha il suo peso nella biografia (e bibliografia) leopardiana».
Un'altra biografia tormentata è quella di Campana, a lei molto caro: quali consonanze riscontra con Leopardi?
«Campana è una voce nuova nella poesia italiana, con una cornice tragica, inscritta in un cerchio persecutorio di dolore, irrequietezza e inquietudine. Pur nella diversità, l'altezza morale e la grande sofferenza sono i pilastri della coscienza dei due poeti. Cecchi, che ben conosceva Campana, diceva che aveva come una scossa elettrica dalla poesia, con una dedizione assoluta ai suoi valori, alla sua origine misteriosa e quasi divina (risuonante nell'aggettivo orfico dei suoi Canti). Perciò in Leopardi, come in altri grandi spiriti del passato, da Dante a Goethe, da Leonardo a Michelangelo, Campana riconosceva la vita eroica, le figure del mito e della classicità».
Giovedì 14 Settembre 2017, 17:33 - Ultimo aggiornamento: 14-09-2017 17:33


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