Jay Parini: i miei tre giorni a Pompei con Gore Vidal

di Angelo Cannavacciuolo

Nella vita di tutti noi a volte capita che alcune persone, alcune particolari persone, per un motivo o un altro, finiscono per diventarci care. A volte, attraversano il nostro cammino solo per un breve lasso di tempo, lasciano una traccia indelebile e si trasformano in pietre miliari sul nostro percorso, luci che illuminano costantemente i nostri passi. Ma quante sono le possibilità che esemplari di tale qualità incrocino il nostro destino? A dire il vero, decisamente poche, a meno che il giardino che si usa bazzicare non abbondi di simili personalità. C'è gente, in tal senso, che usa frequentarne di lussureggianti, godendo della grandezza di chi lo alberga. Per un certo qual verso, mi ritengo fortunato perché anche a me è stata data la possibilità di accesso a uno di questi giardini. Il mondo della letteratura.

Da alcuni anni ho il privilegio di curare una rassegna di letteratura internazionale, nella quale scrittori, poeti e intellettuali, molti di chiara fama, sono invitati a confrontarsi con il nostro territorio, in quello che amo definire «una rivisitazione contemporanea del Grand Tour». Ho avuto il privilegio di confrontarmi con molti di loro, studiarli, conoscere il loro pensiero, la loro letteratura, trascorrere giorni al loro fianco, e in alcuni casi diventarne amico. La sorte ha voluto che il mio destino, alcuni anni fa, proprio in occasione della prima edizione della rassegna, si incrociasse con due di loro: Gore Vidal, forse il più grande intellettuale americano del XX secolo, e Jay Parini, una delle più rilevanti personalità della letteratura statunitense, suo amico e biografo. Per entrambi avevamo messo a punto una conversazione in uno degli scenari più suggestivi della nostra regione: il Teatro Grande, appena restaurato, all'interno degli scavi di Pompei. Non poteva esserci cornice più imponente per calibri da novanta come loro. Ed eravamo tutti molto fieri, al tempo stesso timorosi, vista la fama che li precedeva. Fu un lavoro molto faticoso, ma la loro presenza ci ripagò delle difficoltà e degli sforzi intrapresi per garantircene la presenza.
Sebbene l'invito (tramite l'intercessione di un'amica editrice newyorkese) gli giungesse da uno sconosciuto, Vidal aveva accettato con entusiasmo, spinto dal desiderio di respirare l'aria della nostra terra, che aveva lasciato per trasferirsi a Los Angels, dopo un ventennio vissuto a Ravello nella sua Rondinaia. Forse l'ultima occasione che aveva prima di salutare questo mondo, così mi rivelò una sera. Gore all'epoca aveva ottantacinque anni. Morirà due anni dopo. E quella fu la sua ultima apparizione in pubblico. Jay Parini, invece, rappresentava la naturale combinazione, il giusto corollario a quell'incontro, essendo amico e biografo di Gore, nonché massimo conoscitore dell'universo «Vidaliano». Gore era il suo mentore, e a lui avrebbe poi lasciato l'eredità testamentaria della sua produzione letteraria. Si conoscevano da anni, tra loro c'era una speciale complicità, condividevano il mondo della letteratura e quel tipo di quotidianità il più delle volte celata agli occhi del mondo.

Giunsero a Napoli separatamente. Jay di pomeriggio, in compagnia di Devon, la moglie. Gore in un'assolata mattinata di metà luglio, con due «angeli custodi» al seguito, che lo accudivano e non lo lasciavano mai solo. Alloggiavano entrambi all'hotel Vesuvio, ma per l'intera durata del soggiorno napoletano si tennero stranamente a distanza. Si incontrarono soltanto sul palco del Teatro Grande, in occasione del dibattito. Quanto a me, trascorsi i tre giorni che precedettero il dibattito in uno stato di fibrillazione, dividendomi tra l'uno e l'altro. Ricordo che Jay era rassicurante. I suoi modi pacati e gentili mi rincuoravano. Quanto a Gore è superfluo dire quanto ne fossi intimorito. La fama di intrattabile piantagrane, di uomo dal carattere irascibile, in possesso di un'indole capricciosa e di una velata cattiveria era risaputa. E per tutto il tempo trascorso insieme non mancò di confermare tale fama. Prima di lasciare Napoli, però, si congedò con una frase che suonava come una sorta di ricompensa per l'accoglienza ricevuta, e di gratitudine per averlo invitato a Pompei. Era appena finita la presentazione sua e di Jay, mi avvicinai - mi sentivo rilassato e soddisfatto per il successo della serata, lui se ne stava sulla sedia a rotelle, come una roccia caduta dalla montagna, a fissare le rovine che incarnavano la sospensione del tempo. Poi alzò lo sguardo e mi disse: «Angelo, un giorno potrai raccontare di aver trascorso tre giorni in compagnia di Gore Vidal». Sì, e furono tre giorni incandescenti, nei quali pretese di essere scorrazzato tra le rovine di Pompei, obbligando i suoi assistenti a sollevare la sedia a rotelle sui selciati sconnessi e consumati. Tre giorni trascorsi a saltellare da un angolo all'altro del sito archeologico, sempre con un aneddoto diverso da raccontare. Ora su Tennessee Williams, ora su JF Kennedy, ora su George W. Bush Jr, ora su Truman Capote, ora su Ava Gardner e sulle star del firmamento hollywoodiano che avevano avuto la fortuna di conoscerlo.

Come dimenticare le ansie vissute nell'attesa che accettasse la scaletta che chi scrive aveva avuto l'ardire di formulare per la presentazione. Come dimenticare lo sviscerato amore per l'alcool, (il primo giorno che l'ho incontrato, nella hall dell'Hotel Vesuvio dove mi ero recato per dargli il benvenuto, mentre discutevamo sul come portare avanti l'intervista, avevo contato dodici Martini Cocktail). Come dimenticare l'ansia vissuta durante la presentazione al Teatro Grande, mentre intervistavo Jay Parini, in attesa di rendergli il tributo con un'entrata sul palco da vera star; come dimenticare i continui cenni d'intesa con una collaboratrice che faceva la spola con il suo camerino, dove l'avevo segregato in compagnia del suo assistente e di un frigo pieno solo di bottiglie d'acqua. E come dimenticare l'ovazione per la sua entrata sul palcoscenico, la relativa sua trasformazione da uomo in carrozzella a gigante dello spettacolo, mentre dissertava, spiegava, raccontava di sé, del suo amore per questa terra. Come dimenticare la sua irriverenza, quando la mattina successiva, in visita alla casa di Polibio, appena restaurata, lasciò tutti basiti chiedendo ai suoi assistenti di condurlo nello stesso luogo che il padrone di casa usava come vespasiano, e come dimenticare ciò che rispose alla guida, quando al suo ritorno ebbe l'ardire di sottolineare che quella era una delle più importanti vestigia del passato. «Polibio sarebbe orgoglioso di sapere che Gore Vidal ha orinato nella sua casa». Come dimenticare quella sera alla Bersagliera, quando nel bel mezzo della cena, seduto a capotavola, mente conversava con me e Jay, d'improvviso chinò il capo e si addormentò, stanco per l'intensa giornata vissuta.

Qualcuno ha detto che Gore Vidal è stato in America un vero patriota in lotta per la repubblica, un uomo che ha vissuto fedele a se stesso, e così facendo è diventato un osservatore acuto della debolezza umana e del dannoso e tragico impatto sulla storia dell'umanità. Un uomo che ha vissuto le sue condizioni senza tentennamenti, sebbene la vita di un tale gigante sia stata costellata da continui attacchi, e virate di prua. È stato un uomo criticato, messo al bando dalla critica benpensante e dai potentati, sia economici che politici, che spesso gli hanno impedito di raccogliere ciò che gli era dovuto. Ma ovunque Vidal abbia rivolto lo sguardo è sempre riuscito a raggiungere altissime vette di qualità.

Proprio in questi giorni si stanno ultimando le riprese del film prodotto da Netflix, sulla vita di Gore Vidal, e a vestire i suoi panni è Kevin Spacey. Il film è stato scritto da Jay Parini, (chi altri se non lui) che dopo tanti anni è tornato in costiera. Lo abbiamo ricordato a Scala, nell'Auditoruim Comunale, nell'ambito di «Words In Journey Parole in Viaggio», che per quest'edizione si affianca a «Scala incontra New York».
Lunedì 2 Ottobre 2017, 09:27 - Ultimo aggiornamento: 02-10-2017 09:27
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