Il viaggio polifonico di Perrella tra gli autori

di ​Francesco de Core

Come i passeggiatori di buona lena, Silvio Perrella è pure un conversatore sereno, sempre ben disposto, che alla cadenza del passo, il più delle volte portato in verticale, abbina l’apertura dello sguardo e della riflessione, orizzontale, a spettro ampio, solo in apparenza casuale. Il ritmo, la visione, dal corpo alla parola (parlata, letta, scritta): così, nel calibrare la metafora del cammino, come a evocare Robert Walser e la sua letteratura nomade, Perrella ha deciso di praticare una forma che si anima in pagina addensandosi con levità, stratificandosi senza pesanteur e in assenza di gravità accademica. A tanto lo ha condotto il bisogno acuto di ordinare, ripensandolo, un lavoro lungo, di riconnetterlo a una idea complessiva, di dare scheletro e fisionomia a tanta sostanza, a tanto fieno. Un anno fa, proprio in questi giorni primaverili, il critico siculo/napoletano dava un primo segno di sistematicità con Addii, fischi nel buio, cenni, omaggio all’età dei padri (e delle madri) nati tra le due guerre, un imberbe Parise in copertina e un lembo di Montale nel titolo. Oggi, procedendo lungo un percorso battuto ma non per questo esangue, esaurito, o peggio privo di qualsivoglia sussulto vitale pur arroccato negli anfratti luminosi della memoria (dell’autore come di ciascun lettore), Perrella mette in campo con Gaffi - nella collana diretta da Raffaele Manica - i suoi Insperati incontri (oggi in uscita, pp. 440, 20 euro), altro libro polifonico, altro viaggio, altra passeggiata nel folto bosco narrativo. Anche stavolta la suggestione parte dal titolo: incontri dalla A alla Z, da Silvio d’Arco Avalle ad Andrea Zanzotto; incontri che però sono definiti - con understatement - «insperati», alcuni dei quali impossibili (Vico, Leopardi, Basile, Wilde, Pirandello, lo Shakespeare distillato da Cappuccio, il Proust filtrato da La Capria, maestro tra i maestri Calvino e Parise). Nel montaggio cinematografico di Perrella, ogni incontro nasce da un evento, da una occasione, da una circostanza a volte minima, persino incidentale: gli 80 anni di Ferdinando Camon, il Meridiano di Gianni Celati, il premio assegnato a Caserta a Maria Corti o le celebrazioni a palazzo Serra di Cassano per Giulio Einaudi; da un luogo, come il mare di Vincenzo Consolo o la incantata, atemporale Procida di Peppe Barra; da un moto nostalgico, annesso all’incedere della vita quotidiana, come può esserlo una telefonata ad Antonio Debenedetti dopo prolungati silenzi; da una intervista cercata (Amelia Rosselli, Elizabeth Strout, Alda Merini) come da una morte che strazia (Ermanno Rea) e da un’altra scomparsa che disegna una scia luminosa nel tramonto che si posa su un luogo tellurico (Michele Sovente). C’è che gli incontri possono essere persino inattesi, e nella loro casualità annunciano qualcosa che casuale non è nel loro farsi simbolico (sul traghetto dalla Sicilia con Toni Servillo, in mare aperto).

Il Perrella di Insperati incontri declina la necessità a suo modo, dentro ogni circostanza a lui avversa o amica, dentro ogni piega o riflesso, passo o sfumatura, scorge un nodo da sciogliere, una questione da dipanare, un discorso da approfondire, un nesso, un rimando, un lampo, tenendo una distanza che è sempre favorevole al lettore, una prossimità che mai si rivela, su carta, intimità di frequentazione. Il senso della riconoscenza è spesso sottofondo previsto da spartito, ma va dato atto a Perrella di non porsi mai dalla stessa parte del suo interlocutore, di non saltare lo steccato, proprio perché c’è devozione nell’atto dell’ascoltare, dell’apprendere, del capire, del propagare. Così, pur scandite dal tempo di raccolta di voce e pensiero, di emozione e ragione, le conversazioni hanno una loro musicalità, una loro pregnanza, e anche un impatto critico - limitatamente alla estensione della intervista - quando, dal fatto minuto, si passa comunque a una architettura più complessa tra memoria e forma, tra natura e ideologia: in questa direzione si proiettano i colloqui con Alfonso Berardinelli, Romano Bilenchi, Cesare Cases, Cesare Garboli (un Garboli dell’88, che ragiona su storia, reale e immaginario senza essere ancora l’icona che poi sarebbe diventata per una platea nuova, oggi - ma solo oggi - giustamente adorante), Ottiero Ottieri, Geno Pampaloni, i già citati Debenedetti e La Capria. 

C’è poi Napoli. Napoli sotterreanea ed emersa, incanto e schiaffo, riso e malinconia, idea e sentimento, nero e bianco; sguardi multipli, da dentro e da fuori, di sbieco, di passaggio, dal perimetro e dal ventre; città che si rapprende o si espande, dileguandosi nella felicità di un momento e nel tormento di una esistenza. Esserci, per un giorno o una vita: Napoli segna, disfa, complica o divora: puoi essere un poeta laureato come il francese Yves Bonnefoy che invita in versi e in sguardi, e parole tradotte, i ragazzi di Nisida a sognare, «poiché sognare è bellezza che cerca di nascere»; o una scrittrice nomade di pensiero, in libera e vibrante uscita, come Fabrizia Ramondino, che nell’atto di ribellarsi alla sterile, asfissiante etichetta della napoletanità sapeva riconoscere la profondità della sua memoria, della sua storia, del suo essere al mondo qui e non altrove. 

C’è Napoli in chi la concepisce per un’ora soltanto, l’annusa, le liscia il pelo con cautela per poi farne grumo di struggimento per quel che poteva essere e non è stato, e in chi la trascina con sé per far di conto, con la sua materia sedimentata, ogni giorno che passa: da Ginevra Bompiani, John Berger, Geoff Dyer a Michele Prisco, Italo Ferraro, Salvatore Palomba, Antonio Loffredo, Antonio Capuano, Lidia Croce, Gustaw Herling, il polacco che si fece esule e poi napoletano nel vortice della Storia. E soprattutto a Giancarlo Siani, che, come il Parise dei Fischi nel buio, è presenza più acuta nell’assenza: nel tempo che cristallizza la ferita non rimarginata, ci cammina accanto come il ragazzo parisiano «accompagnato dalle sue comete».
Venerdì 5 Maggio 2017, 09:48
© RIPRODUZIONE RISERVATA




QUICKMAP