Francesca Spada, il romanzo nel cassetto per 50 anni

di Massimo Novelli

Per oltre mezzo secolo è rimasto dimenticato in uno scatolone di vecchie carte, tenuto in vita solo dai ricordi di Ermanno Rea, che ne aveva parlato in “Mistero napoletano”. Era il romanzo scomparso di Francesca Nobili, nota nella Napoli degli anni Cinquanta con lo pseudonimo di Francesca Spada e protagonista del libro di Rea. Donna colta e bellissima, di grande talento e fascino, giornalista nella redazione napoletana de L’Unità all’Angiporto Galleria e moglie di un altro redattore, Renzo Lapiccirella, fu una comunista non ortodossa, vista perciò con sospetto dai dirigenti del Pci di allora. 

Francesca si tolse la vita il 31 marzo del 1961. Tre giorni prima, il 28 marzo, aveva finito di scrivere il romanzo.

Ritrovato nel dicembre del 2013 dalla figlia Viola Lapiccirella dopo la morte della seconda moglie del padre Renzo Lapiccirella (deceduto nel 1994), peraltro avvolto in una pagina de Il Mattino, adesso il testo di Francesca ha finito di essere un dattiloscritto perduto. E sul «mistero napoletano» della sua vita, sulla ferita aperta della morte, su cui indagò Rea, si fa ancora un po' di luce. Perché il romanzo, dopo la necessaria gestazione, viene pubblicato dall'editore torinese Silvio Zamorani. Uscirà tra qualche settimana, con il titolo Nell'acquario di Angiporto Galleria. Ad aiutare il lettore concorrono le introduzioni dello stesso Zamorani e di Viola Lapiccirella, che ha curato la trascrizione dell'originale, così come alcune lettere che Rea, dopo avere preso visione del romanzo, aveva inviato alla figlia di Francesca.

Il titolo, Nell'acquario di Angiporto Galleria, riassume bene e simbolizza la storia autobiografica che Francesca Nobili Spada, nata nel 1916, cominciò a scrivere nel 1957. Lì, in quel classico luogo della città di Napoli, c'era infatti la sede de L'Unità; e lì convogliarono, tra incontri e scontri, speranze e disincanti, amori e disamori, un gruppo di giovani intellettuali e militanti comunisti nel tempo della guerra fredda. Giovani come Francesca, come il marito Renzo, come Rea, Gerardo Marotta, Guido Piegari; uomini e donne, insomma, che volevano generosamente cambiare il mondo, ma che furono spesso costretti dai casi della vita, e soprattutto dai burocrati del Pci stalinista, a sacrificare i sogni alla ragione di Stato del Partito e di Mosca. Furono sacrifici che ebbero qualche tragico epilogo: la morte di Francesca, quella del matematico Renato Caciopppoli, che si uccise nel 1959. Nel romanzo, la Nobili Spada raccontò se stessa, gli amici e i nemici, tutta gente vera, reale, comunque, e riconoscibile: dagli eretici come loro a Giorgo Amendola, Giorgio Napolitano, Salvatore Cacciapuoti, Maurizio Valenzi. Lo fece però «dopo avere mescolato i frammenti», come aveva detto a Rea, di se stessa e degli altri. Uno dei personaggi del romanzo, a un certo punto, si suicida. Ma è una morte che sembra davvero preannunciare quella dell'autrice. «Fu allora», scrive Francesca nelle pagine conclusive, «che Giovanni si uccise. La notizia ci colse dopo una giornata incerta trascorsa fra movimenti irreali, e apparve subito a ognuno di noi come la logica conclusione d'un discorso che ben conoscevamo. Giovanni pagava la sua scommessa perduta. Non pensammo nemmeno ad andare nella sua casa a visitare il suo cadavere che ormai apparteneva ai suoi familiari. Ma il nostro amico era forse attorno a noi, e qui lo cercavamo nell'aria della notte vuota, sapendo che quel Nulla era la radice disperatamente cercata negli anni del nostro vagabondare intellettuale».
CONTINUA A LEGGERE L'ARTICOLO:
  • Accesso illimitato agli articoli
    selezionati dal quotidiano
  • Le edizioni del giornale ogni giorno
    su PC, smartphone e tablet
SCOPRI LA PROMO



Mercoledì 11 Aprile 2018, 10:15 - Ultimo aggiornamento: 11-04-2018 10:15
© RIPRODUZIONE RISERVATA



COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti

QUICKMAP