Dario Fo e le tammurriate con Gragnaniello, Senese & Co

di Federico Vacalebre

Nonostante il Nobel (e qui è in buona compagnia, visti i soloni anti-Dylan), Dario Fo continua ad essere un corpo anomalo nella cultura (?) italiana. Figuriamoci con quanta attenzione i presunti signori del sapere possano accogliere «E sempre allegri bisogna stare» (Giunti, pagine 159, euro 15), in cui Giangilberto Monti (chansonnier di lungo percorso, ma anche traduttore di Ferrè, Gainsbourg e Vian, nonché storico della canzone d'autore, della comicità e del cabaret) ha raccolto le canzoni dell'uomo di «Mistero buffo». Eppure meriterebbe ben altra attenzione il repertorio qui archiviato, dalle collaborazioni con Fiorenzo Carpi ed Enzo Jannacci («Ho visto un re», «L'Armando», «Prete Liprando e il giudizio di Dio») a quelle con Paolo Ciarchi e Leo Chiosso, da quelle per le sue giullarate teatrali alle ultime, napoletane, proposte dal vivo in una serata all'Augusteo e raccolte in un cd nel 2006, «Sciascià», prodotto da Enzo La Gatta e le Nacchere Rosse: Dario aveva ritrovato vecchi compagni di tante battaglie, aveva intonato «'a Flobert» con Enzo Gragnaniello, aveva in qualche modo completato il percorso sui repertori popolari iniziato nel 1966 con «Ci ragiono e canto», ora declinato anche in chiave sudista-antagonista, all'incrocio tra tammurriate no global e il suo gramelot in direzione ostinata e contraria: sono le sue ultime canzoni, il suo ultimo disco.

È probabilmente pensando a quell'esperienza che Napoli ha deciso di rendere omaggio a Fo sabato, alle 20.30, nella basilica di San Giovanni Maggiore, in un evento voluto dall'assessorato alla Cultura e al Turismo (ingresso gratuito, fino ad esaurimento posti). Protagonista Enzo Gragnaniello con James Senese, Mariano Rigillo, Corrado Sfogli e Fausta Vetere della Nccp, Annateresa Rossini, Marcello Colasurdo, Franco Iavarone e le Nacchere Rosse (Danilo D'Addio, Antonello Corrado, Gennaro Ciotola e Tina Pelella). In scaletta «'A Flobert», stralci vivianei e shakespeariani, canzoni folk: perché sempre allegri dobbiamo stare, che il nostro ridere fa male al re, al ricco e al cardinale.
Martedì 10 Gennaio 2017, 10:24 - Ultimo aggiornamento: 10-01-2017 10:24
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