Le foto Massa e Miraglia
anatomia del rap newpolitano

versi dei Co'Sang, foto di Gaetano Massa
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di Federico Vacalebre

Le rapstar Clementino e Rocco Hunt, ci sono, certo, come anche gli apripista Speaker Cenzou, La Famiglia e 13Bastardi. C’è la old school, la new school, la gold school. Ma, soprattutto, c’è quello che i successi non mostrano, quelle che rimane dietro le quinte, ma da cui nasce il fuoco, dove il fuoco brucia e riscalda ancora. «Core e lengua», ovvero dice il sottotitolo, «Il rap in Campania ed altre storie», è il bel libro fotografico (ma con prefazioni e testi importanti) che due fotografi partenopei, il più giovane Gaetano Massa ed il più rodato Pino Miraglia, hanno pubblicato per l’editrice Zona che lo manderà nei negozi la settimana prossima.
Perché se la diversità dell’hip hop newpolitano è «questione ‘e lengua», e quindi di suono e persino di tradizione permettendo il richiamo alla gloriosa scuola della canzone napoletana; perché se il «core» del titolo rende diverso - ora per ironia, ora per violenza, ora per credibilità - il flusso di parole e di ritmi nato in Campania dalle rime e dai beat che hanno imposto in Italia il rap come esperanto del disagio giovanile in Italia, è anche, anzi soprattutto, questione di corpi. Sono quelli, non la lingua, non il cuore, che fotografano Massa, che dal rap fu folgorato a metà anni Novanta, e Miraglia, che invece viene dal rock e dal teatro: e i corpi delle star che sono andate a Sanremo, dei «prime movers» che hanno fatto la storia e dei Co’Sang che hanno scandito la svolta gomorrista ma anche postgomorrista con la scissione tra Luché (oggi il campione della scena dopo il sold out al Palapartenope) e ‘Nto, sono quelli che abbiamo già visto.
Così i corpi che più contano sono quelli in bianco e nero che Massa ha cercato per un reportage lucido e feroce su un’ondata artistica (con i rapper ci sono i dj, i producer, i writer, i b-boys, gli skater...) che ha dato voce a pezzi di città e di cittadinanza che voce non avevano. Che siano o meno i cantastorie, o cantautori, dei giorni nostri, i rapper newpolitani fanno baccano a Casoria, dove dai tempi di Nino D’Angelo la marginalità non veniva intaccata da nessuno. Propongono altri modi di aggregazione e di narrazione da Scampia a Villa Literno con la poesia cruda dei ghetti riscattati, anche solo per un secondo, da un’assonanza feroce, un groove sanguigno, un urlo-voce di dentro. E corpi-pezzi della metropoli sono le periferie dove i ragazzi usano uno skate o una bomboletta spray come armi di distrazione di massa, quella massa - il sottoproletariato metronapoletano - che politica e intellighentia dimenticano giorno dopo giorno, quella massa ceh loro incarnano, disegnano, mettono in musica, provano ad esorcizzare. Quella massa in cui Miraglia trova esempi preziosi, soffermandosi sulle poche donne rapper, sui pochi rapper immigrati, lasciandoci intuire che le due categorie sono destinate a crescere, per numero, per importanza.
Enzo Dong posa davanti alle Vele, Fabio Farti davanti a una statua di Gesù che a Secondigliano apre le braccia in un gesto che sembra di resa incondizionata, Matto Mc rappa nell’area flegrea ma viene dal Brasile, Thieuf lo fa a Giugliano e anche in francese perché è nato in Senegal, Rossella Esse è una beatmaker di Caivano, Kali è una breaker della provincia Nord, Danilo ‘o Tre viene dalle Case Puntellate, Mr. Pencil è un writer-tatuatore, EffeElle ha solo 14 anni, SazMc lavora come artigiano di presepi a San Gregorio Armeno, la bella Rive è operaia in una fabbrica di pellami a Casalnuovo, la salernitana Pupetta sbarca il lunario in un’impresa di pulizia...
Sono un popolo a parte nel panorama nazionale dell’hip hop, provvisto di una propria lingua, di una propria cultura (sonora e non), di una propria identità, di un proprio dna. Le immagini, in bianco e nero o a colori, posate o dal vivo, sono flow muto che sa farsi sentire, sono un reportage sul territorio. Le eccezioni femminili e multikulturali confermano la regola di un genere che è ancora maschile e machista, che cerca ancora gli anticorpi per non soccombere all’assalto della normalizzazione, della mainstreamizzazione incalzante. «Core e lengua» è, anche, una storia di resistenza.
 
Venerdì 3 Febbraio 2017, 15:02 - Ultimo aggiornamento: 03-02-2017 16:24
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