La canzone napoletana
come storia sociale e liquida

'O sole mio
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di Federico Vacalebre

È forse dal 1984 - La canzone napoletana (Rizzoli) di Cesarini e Gargano - che non usciva un libro come Storia della canzone napoletana (1824-1924) (Neri Pozza, 331 pagine, 28 euro con cd), analisi insieme organica e orgogliosamente disorganica di un fenomeno antico e resistente, che l’autore Pasquale Scialò presenterà con Goffredo Fofi, alle 19 nella chiesa di Santa Caterina da Siena, nell’ambito della terza edizione degli incontri «Il suono della parola», organizzati dalla Fondazione Pietà de Turchini. Con loro anche Romeo Barbaro, Nunzia De Falco, Piermacchiè, i Suonno d’ajere e Viviana&Serena, accompagnati al piano da Franco Pareti
Con andamento rabdomantico e nessuno snobismo elitario, il musicologo si immerge in una materia in cui nuota da una vita senza bisogno di salvagente. La data di inizio della storia è quella della pubblicazione dei «Passatempi musicali» di Guglielmo Cottrau: Scialò parte dalla «canzone in cerca d’autore», incrocia fermenti popolari e produzione colta e borghese, insegue le radici di una forma artistica glocal a Parigi come alla corte dello zar, conosce il richiamo verace delle sirene del cafè chantant come quelle degli «improvvisautori», bazzica generi e sottogeneri senza timore di inseguirli sino ai giorni nostri, tra «pezzenti e malandrini prima di Gomorra», i problemi di gender del «Guarracino» di Gianfranco Marziano, i Coccobelli che riscrivono «Bammenella» all’epoca del sacco craxiano, il post-posteggiatore Piermacchie’, la musica liquida di derivazione baumaniana.
Senza pretese antologiche, senza troppe polemiche per stabilire/ribadire/confutare attribuzioni che dubbie sembrano destinate a restare (da «Te voglio bene assaje» in poi), il volume privilegia Viviani e la sceneggiata, argomenti cari da tempo all’autore, scendendo più in profondità che altrove. Scialò sa quanto contino i poeti come Di Giacomo, ma anche i compositori Costa e Tosti, evita i «fattarielli» a cui per troppo tempo è stata ridotta una materia sì preziosa e vivace e tesse il filo rosso che collega Ferdinando Russo a ‘Nto e Lucariello, perché «spetta ancora alla canzone», «sia pure di un filone più narrativo che lirico, raccontare i nuovi disagi di una città metropolitana in continuo cambiamento». All’analisi dei versi preferisce, quando trova spazio, l’analisi musicale, quasi sempre assente dagli altri studi, se si esclude quelli visionari di De Simone: Scialò è anche musicista, compositore, analizza il misterioso richiamo di «’O sole mio», senza badare troppo alla leggenda che lo vuole nato a Odessa e ispirato chissà perché dal canto di un venditore di tapparelle, sa che il suo testo - «It’s now or never» docet - c’entra poco con il successo mondiale e si perde nel richiamo del suo «basso continuo», nel marchio da habanera vesuviana. L’emigrazione con le sue «melodie in terza classe», la stagione delle «Lilì Kangy» e quella dell’editoria con il trionfo delle copielle, gli autori-fischiatori incolti e illuminati e quelli colti e pure illuminati non rivivono tra ritratti oleografici, ma come schegge di una storia che è anche sociale, economica, politica, sessuale, di costume. Forse, patiscono, almeno in questo primo volume le grandi voci, senza le quali la canzone napoletana non avrebbe il suo primato, ma c’è il cd accluso per quelle e un secondo volume in arrivo, si spera disposto a sporcarsi le mani anche con gli anni del festivàl, dei neomelodici, degli emo-trapper, degli exploit di Sannino e Liberato.
«Il suono della parola», intanto, propone oggi anche, «Un’educazione musicale. Dal rock all’opera settecentesca»: alle 1
Sabato 25 Novembre 2017, 17:19 - Ultimo aggiornamento: 25-11-2017 17:19
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