Biagi, «Il Fatto» come unica certezza

di Titti Marrone

«Chi è Enzo Biagi? Rispondete scegliendo tra queste tre opzioni: 1) un pilota di Formula 1 degli anni Novanta; 2) un grande giornalista scomparso dieci anni fa; 3) un giuslavorista ucciso dalle Nuove Br». La domanda plana su un gruppo di studenti del corso di laurea in Scienze della Comunicazione fornitissimi di smartphone o tablet e bravissimi a smanettare sull'ultima breaking news. Quando il quesito atterra sulle loro teste, l'espressione dei più è sconcertata. Segue silenzio perplesso, poi una ragazza azzarda a bassissima voce: è un giornalista. E altri tre, prendendo coraggio: giornalista, sì, sì.

È il mestiere che il 74% dei frequentatori del corso vorrebbe fare, eppure quasi tutti considerano un Carneade colui che ha fatto assai più di quello che qualsiasi giornalista possa sognare. Così, a dieci anni dalla morte, tocca spiegare bene ai ragazzi come mai di quelli come Enzo Biagi si direbbe proprio perso lo stampo. Non per la solita ragione («tutto è cambiato nel mondo dei media») ma perché non ne nascono spesso. Quindi non si vedono in giro molti capaci, come lui, di parlare insieme al sentire e all'intelligenza di lettori come di telespettatori. E di voltare le spalle a prestigiose direzioni, come quelle di Epoca e del Tg1, pur di non scrivere mai «per conto terzi».

Eccola, la prima lezione di maestro Biagi. Uno che, va spiegato agli aspiranti giornalisti di oggi, ha inventato l'inconfondibile «stile Biagi» di cui è stato il solo depositario, fatto seconda lezione - di poche semplici regole. Come «non usare mai il potere che ti consegna il tuo lavoro per far male a chi è debole, casomai infierisci su chi è forte e ne approfitta». O anche «scrivi di quel che sai e vedi, non inseguire lo scoop: quasi sempre sono stupidate, io non ne ho mai fatti».

Poi ai giovani andrebbe detto anche che Biagi, venerato dal pubblico, è stato corteggiato infinite volte da politici e imprenditori, però tra l'uno e gli altri ha scelto sempre il primo. Fino a sperimentare più volte il sapore amaro della detronizzazione: l'ultima volta avvenne mentre era al top con «Il fatto», il miglior programma d'informazione in mezzo secolo di Rai. Nell'aprile 2002 fu emesso il cosiddetto «editto bulgaro» (da annotarselo e cercarlo su Wiki, ragazzi): Berlusconi da Sofia accusa Biagi di «uso criminoso» della tv (e con lui Santoro e Luttazzi) e giù randellate. A Biagi viene tolta la trasmissione, un ex presidente del Consiglio gli dà del «vecchio rancoroso», un ex senatore del «rincoglionito», altri insulti fioriscono sui giornali di destra. Però, pur sentendosi, come diceva, «un sopravvissuto» in tempi che non apprezzava, Biagi ha continuato a lavorare fin quasi all'ultimo giorno, assumendo il compito di giornalista come impegno quasi sacerdotale, da cronista di razza intento a decifrare il segno della contemporaneità, scarpinandoci dentro. E io ho avuto il privilegio di osservare da vicino il suo lavoro collaborando ai testi di qualche programma, facendo molti viaggi con lui per i lanci dei suoi libri (e lì si poteva constatare la sua enorme popolarità in tutto il mondo) ma soprattutto, dal 1993 al 2003, curando su «Il Mattino» una rubrica, ideata dall'allora direttore Paolo Graldi: non potendo Biagi scrivere direttamente sul nostro giornale per l'esclusiva che lo legava al «Corriere della Sera», mi concedeva interviste sui temi più diversi. Con la sua costante curiosità per i cambiamenti in atto che secondo lui, con salute e buona memoria, sono le principali qualità di un bravo giornalista.

Proprio la curiosità per il mondo aveva proiettato molto presto il ragazzino occhialuto nato a Pianaccio, frazione di Lizzano in Belvedere, verso il mestiere. Lui figlio di un addetto in uno zuccherificio e di una casalinga, amava raccontare con molta autoironia di aver dedicato il primo articolo, su «L'Avvenire d'Italia», all'avvincente tema: Marino Moretti è un crepuscolare? E il primo scoop (perché ne fece, eccome) fu, dopo la guerra partigiana nelle file di Giustizia e Libertà, dare la notizia della fine della guerra a Radio Bologna, con l'altrettanto giovane collega Antonio Ghirelli.

È impossibile enumerare i tanti libri scritti non meno che le tappe di una carriera che si sarebbe potuta spartire tra dieci giornalisti: al «Carlino», a «Epoca», a «La Stampa», al Tg, a «Repubblica», al «suo» «Corriere». Ma ai ragazzi va raccontato anche qualche suo licenziamento, dal Tg1 oppure da «Epoca». Dal settimanale, da lui lanciato con grandi inchieste, lo cacciarono per un articolo contro il governo Tambroni. Mondadori tentò l'offerta di «un contrattino» riparatorio. A suggerirgli di rifiutare altro aneddoto tra i tantissimi che amava raccontare fu sua moglie, la signora Lucia detentrice di un magnifico carattere spiccio da romagnola verace. «Lì sei stato padrone, non puoi restare come donna di servizio», sentenziò per scoraggiarlo, qualora ce ne fosse stato bisogno. Però sapeva bene di sfondare una porta aperta.
Giovedì 2 Novembre 2017, 22:09 - Ultimo aggiornamento: 02-11-2017 22:09

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