Annalisa Menin, il sogno americano, poi il cancro: simbolo della forza delle donne

di Luca Marfé

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NEW YORK - Annalisa ha occhi malinconici e feriti, raggianti e orgogliosi. Tristi: perché il cancro le ha portato via Marco, l’amore della sua vita. Felici: perché è la prova vivente della forza di una donna, di tutte le donne. Perché ce la farà, perché ce l’ha già fatta.

Trentaquattro anni, veneziana, colta, meravigliosa e vedova. Una parola che suona come un pugno nello stomaco se affiancata ad un’età che meriterebbe il dono della distanza da certe ferite della vita. Nelle sue cicatrici, indelebili e ancora ben visibili, c’è però una grinta che forse non conosceva nemmeno lei. Il coraggio un po’ incosciente di una determinazione che le è valsa fino ad ora un blog, un libro, ma soprattutto una maniera per ricominciare. Un nuovo inizio, capace di andare parecchio al di là del suo vecchio lavoro per una nota casa di moda, paradossalmente molto più grande di ciò che pensava potesse essere il suo “sogno americano”.

Sfoglia foto di Marco, doveva essere molto bello. Nel bianco e nero di pagine e immagini, lui ride sempre. Lo fa anche lei mentre ne osserva le tracce. Ed anche lei è un po’ in bianco e nero mentre ne parla. Poi scopre di colpo e involontariamente un avambraccio e un tatuaggio con la scritta “Make a wish”.

«“Esprimi un desiderio”. Me lo disse Marco la sera del mio trentesimo compleanno. Era già malato, ma mi regalò l’illusione lunga una notte di stare bene. Chiusi gli occhi, era quello il mio unico desiderio, naturalmente: che stesse bene. Mi tolse il fiato con un’incredibile festa a sorpresa. Poi me lo tolse di nuovo, ventiquattr’ore dopo, lasciandomi per sempre».



Il dolore della paura, la paura del dolore.

«La cosa più naturale, tra virgolette semplice, sarebbe stata tornare a casa, in Italia. Fuggire da tutto questo, ripiegare in difesa, lasciandomi proteggere dall’affetto dei miei genitori». Fa fatica per un istante, poi si ritrova ed è di nuovo potente: «Ci ho pensato, certo. Ma sono rimasta. Sono ancora qui. Ho cambiato tutto: ho cambiato casa, ho cambiato percorso, ho cambiato abitudini. Ma non dimentico».

La memoria merita amore e rispetto, ma troppa memoria può imprigionare. Annalisa sembra invece il punto di equilibrio perfetto tra ricordo e speranza, tra passato e futuro. È così che appare mentre si muove tra le copie del suo libro, mentre regala dediche delicate come il tocco della sua penna.

“Il Mio Ultimo Anno a New York”, scritto a quattro mani con l’autrice milanese Susanna de Ciechi, è una storia splendida, capace di trasformare il dramma in rinascita, senza mai peccare di superficialità. Al contrario, verità e narrativa affondano mani, anima e cuore nelle sue inquietudini, ma ne vengono fuori entrambe, mano nella mano con la protagonista, con un’energia addirittura in grado di far sognare.

Sì, è davvero una storia splendida. La sua.




(Annalisa Menin ritratta a New York durante uno degli eventi di presentazione del suo libro.
Nell'ultima immagine è accompagnata dai suoi genitori: mamma Tommasa e papà Renato.
Tutte le foto sono di Margherita Mirabella)
Lunedì 11 Dicembre 2017, 09:06 - Ultimo aggiornamento: 11-12-2017 09:52
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