Addio a Giovanni Russo,
voce del meridionalismo

di Andrea Di Consoli

Si è spento ieri a Roma, città nella quale viveva dal 1947, Giovannino Russo, uno dei più importanti giornalisti e saggisti riconducibili all'aurea stagione del meridionalismo classico. Nato a Salerno nel 1925, era cresciuto in Basilicata, a Potenza, città nella quale aveva contribuito alla fondazione del Partito d'Azione. Dopo un proficuo apprendistato nella redazione de «Il Mondo» di Pannunzio, Russo divenne inviato speciale del «Corriere della Sera», sulle cui colonne raccontò con rigore e puntualità il tramonto della lunga e oppressiva stagione feudale. Quei reportage divennero un libro, uno dei più importanti reportage narrativi meridionalistici: Baroni e contadini (Laterza, 1955), che quello stesso anno vinse il premio Viareggio. Appena un anno prima, alle memoria, lo stesso premio, con È fatto giorno, lo aveva vinto il simbolo del riscatto contadino meridionale, Rocco Scotellaro, morto a soli trent'anni nel 1953 praticamente inedito per infarto.

Di formazione azionista, Russo si è sempre tenuto alla larga dalle due principali ideologie del dopoguerra, preferendo un approccio realistico, laico, riformistico e «terzista». Nonostante ciò, non subì ostracismi di nessun tipo, in questo aiutato da un carattere mite e da una simpatica vena mondana. Non a caso agli anni della «dolce vita» romana, che visse proprio durante gli anni pannunziani, dedicò un gustoso memoir intitolato Con Flaiano e Fellini a Via Veneto (Rubbettino, 2006). Di quella Roma lì Giovannino Russo ebbe sempre nostalgia. 
Tra i temi che Russo affrontò nelle sue inchieste e nei suoi libri vanno almeno ricordati la povertà (L'Italia dei poveri, Longanesi, 1958), l'emigrazione dei meridionali all'estero, l'obbligo scolastico e il terremoto in Basilicata e Irpinia del 1980 (Terremoto, Garzanti, 1981, scritto insieme a Corrado Stajano). Per almeno quattro decenni Russo ha raccontato i cambiamenti sociali, economici e culturali del Sud, sempre con rigore, con severità politica e con uno stile sorvegliato, documentato e mai demagogico, nemmeno di fronte alle situazioni di sottosviluppo più insostenibili e scandalosi. Nella saggistica di Russo ci fu anche una parentesi internazionale in realtà viaggiò molto - ma il tema meridionale rimase predominante. Nel 1963, infatti, pubblicò L'atomo e la Bibbia (Bompiani, 1963), un viaggio-inchiesta in Israele in compagnia di Vittorio Dan Segre. E anche la scelta di occuparsi di un paese come Israele, nell'Italia del tempo in larga parte filo-palestinese, dice qualcosa del coraggio dolce e non ostentato di questo meridionalista che non alzò mai il tono della voce, nemmeno quando avrebbe potuto approfittare del ruolo di «intellettuale controcorrente».

A partire dagli anni '90 il giornalista sul campo cedette il passo al polemista e al memorialista. Da un lato Russo iniziò a ricordare volti, storie e leggende della Roma degli anni '50 e '60, di cui subì il fascino mitologico, specie ricordando amici quali Talarico, Fusco, De Feo e Flaiano, indimenticabili «irregolari» di quella Roma letteraria indolente, geniale e dispersiva dominata un po' oppressivamente dal magistero egemone di Pasolini e Moravia. Su questo tema vanno almeno ricordati Flaianite (Schewiller, 1990) e Oh, Flaiano! (Avagliano, 2001). Dall'altro intensificò la sua saggistica polemica contro i pregiudizi anti-meridionali del Nord, specialmente negli anni dell'ascesa politica di Umberto Bossi. Due titoli su tutti: I nipotini di Lombroso. Lettera aperta ai settentrionali (Sperling&Kupfer, 1992) e Sud specchio d'Italia (Liguori, 1993). Queste polemiche Russo le affrontò senza nessuna indulgenza verse la corruzione e il clientelismo delle classi dirigenti meridionali, ma portando esempi concreti virtuosi come per esempio la Catania «innovativa» degli anni '90 (Il futuro è a Catania, Sperling & Kupfer, 1997). Proprio al culmine della propaganda secessionista leghista, Russo decise di ripercorrere il viaggio dei Mille garibaldini, per capire concretamente quali fossero le ragioni ancora vive dell'unità nazionale. Quell'esperienza divenne un libretto, intitolato È tornato Garibaldi (Avagliano, 2000), che fu un discreto successo editoriale di quell'anno, e che diede man forte al neo-patriottismo dell'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che proprio in quegli anni iniziò a ripensare in chiave moderna, dopo anni di anti-patriottismo ideologico, il concetto di patria. Nel 2003 Goffredo Fofi, un intellettuale per certi versi distante da Giovanni Russo, decise di omaggiarlo con un'antologia dei suoi scritti più significativi (intitolata La terra inquieta. Memoria del Sud, Avagliano), e che rimane ancora oggi il miglior modo per entrare nell'opera di questo importante giornalista-scrittore. 

Ma c'è anche un altro aspetto di Russo che va ricordato, benché obiettivamente «minore»: quello narrativo. In fondo Russo si impose fino a tarda età di non scrivere narrativa, forse perché troppo immerso nel lavoro giornalistico, o forse perché subì eccessivamente la geniale vocazione sregolata degli scrittori della sua giovinezza. In vecchiaia sfidò il tabù e diede alle stampe due libri di racconti: Le olive verdi (Scheiwiller, 2001) e I cugini di New York (Scheiwiller, 2003). Con Le olive verdi vinse anche un Premio Strega speciale nel 2001, ma Russo era troppo intelligente per non capire che come narratore «puro» non aveva mai trovato una voce originale. Eppure, nonostante questo, salì sul palco con il consueto sorriso mite e un po' spaesato, felice di essere abbracciato con un applauso commosso da quella civiltà letteraria che era stata, dopo il repentino tramonto della civiltà contadina, la sua vera famiglia. 
Martedì 26 Settembre 2017, 09:26 - Ultimo aggiornamento: 26-09-2017 09:26
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