Trent’anni senza Maggiò
Caserta, lavoro e basket

di ​Franco Tontoli

Trent’anni fa la scomparsa di Gianni Maggiò che aveva legato la sua esistenza al culto della famiglia, del lavoro, dello sport. La sua mancanza ancora si sente: il figlio Gianfranco ne rinnoverà il ricordo nella messa che sarà celebrata lunedì 9 ottobre – la data in cui il genitore fu strappato alla vita ancora nel vigore dei suoi 59 anni – nella chiesa del Buon Pastore. «Non una cerimonia sterilmente commemorativa – ha detto Gianfranco Maggiò al Mattino – ma un momento in cui le tante persone che in vita stimarono e vollero bene a mio padre potranno ritrovarsi nel ricordo dei segni che ha lasciato nella nostra comunità casertana e non solo». I segni di Gianni Maggiò sono riassumibili nella passionalità entusiasta e sentita in tutto ciò in cui si impegnava, la partecipazione attiva nella realizzazione di progetti che fossero moltiplicatori di altre iniziative, una catena di montaggio di menti e di braccia finalizzata a conseguire un solo risultato: lavorare. Il lavoro, quindi, il suo credo e fra le tante benemerenze riconosciutegli di una soltanto era particolarmente e silenziosamente orgoglioso, senza ostentazioni che mai avevano appannato la sua eleganza caratteriale, e cioè il titolo di Cavaliere del Lavoro che gli era stato assegnato il 2 giugno del 1978. 
Gianni Maggiò era nato a Pisogne, nel Bresciano, aveva 25 anni, lavorava nell’edilizia, a Napoli operava in seno all’Impresa Rivelli che lo destinò alla direzione dei lavori della galleria dell’Acquedotto Campano tra Tuoro e Garzano, borgate di Caserta. In collina per i rilievi assieme alla troupe di geometri si trovò a transitare per la borgata Mezzano, si bloccò davanti ai lineamenti fini e delicati di Maria Fusco, si presentò subito dal papà della giovane, Rodolfo. E fu fidanzamento e poi nozze e poi una casertanità acquisita e vissuta come e più dei casertani. La sua attività imprenditoriale, non più di un paio di edifici residenziali nel centro cittadino, poi tutte grandi opere di viabilità, acquedotti e infrastrutture, dalla Sardegna alla Puglia passando per la Campania. Fu contemporaneamente al vertice della Camera di Commercio e dell’Unione degli Industriali, lo spazio ai giovani, l’impronta manageriale che avrebbe sviluppato le due istituzioni portate a livelli di ottimalità. Più di una firma messa nel settore sportivo, appassionato di equitazione fu tra gli artefici del rilancio del Concorso Ippico di Caserta, poi organizzò il Città di Casagiove, nel suo maneggio privato ospitava i fratelli D’Inzeo campioni olimpionici e i cavalli di Luciano Pavarotti. Nel 1971 fu conquistato dal basket e per la Juvecaserta fu la fortuna: rapida risalita dalla Serie B alla A2 e A1, due finali scudetto (campionati 85-86, 86-87), una Coppa Italia, un vivaio che avrebbe dato al basket nazionale e internazionale i casertani Nando Gentile e Enzo Esposito, il campo di gioco nel Palamaggiò, «la Reggia del basket». Il destino gli negò l’esaltazione della conquista dello scudetto tricolore nel 1991. Lo stesso destino gli risparmiò il dolore della perdita della moglie Maria e della figlia Ornella che a lui si sono ricongiunte in anni recenti. 
Domenica 8 Ottobre 2017, 08:35 - Ultimo aggiornamento: 7 Ottobre, 22:33
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