«Processo telematico?
Difficile senza la linea»

«Processo telematico?
Difficile senza la linea»
di Marilù Musto

Il «processo-Speedy Gonzales» è un sogno. Si tenta di velocizzare le udienze con il processo telematico, ma se non c’è linea internet l’udienza si ferma e il tribunale entra nel limbo dell’attesa. E allora si torna al Medioevo, al «testo scritto». Non da amanuensi, ma da magistrati-burocrati. Ma è proprio ciò che vuole scongiurare il convegno nazionale di Magistratura Indipendente a Napoli e Caserta che dall’11 al 13 avrà come tema la «Giustizia a risorse limitate». «L’esempio capita a pennello: se il sistema informatico si blocca, l’istanza può anche decadere. Si può mai dare una risposta di precarietà di questo genere agli utenti? È normale nell’era digitale? Credo proprio di no». A spiegarlo è Antonio D’Amato, segretario distrettuale di Magistratura Indipendente, già presidente di Anm del distretto di Napoli.

Come superare l’idea di un magistrato alienato nel suo ufficio grigio, sommerso dai fascicoli?
«Non si supera se non c’è investimento nel «sistema giustizia». Il processo civile e penale telematico doveva permettere il superamento dell’atto in Pdf. Facendo questo c’è un risparmio economico di 80 milioni di euro all’anno, ma il costante monitoraggio della giurisdizione tramite data wharehouse oggi attivo nel civile, è vero fino a un certo punto».

E nell’ambito penale?
«Prima di affrontare questo campo d'indagine è necessaria la formazione del personale amministrativo. Altrimenti ci si trova di fronte a un ossimoro: da un lato la giustizia civile digitale, dall’altro il processo di cambiamento anche nel penale dove però non c’è un'adeguata filiera di formazione del personale amministrativo».

E poi c’è il carico di lavoro ordinario. In America per evitare le motivazioni di archiviazione si utilizza un semplice timbro: lost of time. In Italia bisogna spiegare in centinaia di pagine perché si archivia un fascicolo. Si riesce a smaltire il pregresso con il meccanismo di informatizzazione? 
«La common law è diversa dal diritto codificato di derivazione e tradizione romanistica. In Italia, ad esempio, c’è la fase dello smistamento, poi la trattazione e il resto. E c’è da dire che il cittadino fa ricorso alla giustizia per risolvere tutti i problemi sociali, aumentando il lavoro. Questo avviene perché non abbiamo una legislazione al passo con i tempi. E quindi, se una cosa no va, si dà tutta la colpa al giudice che deve risolvere le controversie di ogni genere, ma non ha gli strumenti giusti, tra i quali l’edilizia giudiziaria: le aule sono inadeguate, si guardi Napoli nord. Oppure la struttura sammaritana. Si pensi che pochi giorni fa è stata vandalizzata la futura struttura del tribunale civile a Santa Maria».

Dieci anni fa alcuni procuratori denunciarono la mancanza persino di carta negli uffici giudiziari. Ci si scontra ancora con questi problemi?
«Non siamo a questi livelli. Ciò che manca è la visione globale delle cose perchè oggi non c’è solo la legge italiana, ma anche la convenzione europea, il controllo sulla convenzione è affidata alla corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Un giudice non è solo italiano, ma comunitario. Quindi, per studiare le varie sentenze innovative dovrebbe bastare un click. Un altro sogno. Per rendere efficace lo studio del diritto comunitario c’è bisogno di tempo, di formazione. Che non sempre c’è perché il magistrato deve seguire anche un trend di produttività. Occorrerebbero delle soglie, altrimenti si lavora male sulla qualità della giustizia».

Ed per questo motivo che si ha l’impressione che alcuni magistrati rifiutino la complessità dei provvedimenti trattando casi più semplici?
«Il rischio è questo. Se si assiste a una giuridizionalizzazione della vita politica e sociale, tutte le istanze che producono conflitto si presentano davanti al giudice che, però, ha scarsi strumenti, risorse. Si pensa a quanto poco viene stanziato nel settore Giustizia ogni anno dal Governo. Nel processo civile vi è mai capitato di vedere il magistrato che verbalizza? Non è normale».

Dieci o venti anni fa c’è stata una forte personalizzazione dei casi trattati dai magistrati, ora non è più così. Cosa è cambiato?
«La gente è assuefatta. È abituata a una lentezza del sistema giustizia, bisogna invertire il trend con più risorse da parte del Governo».

Quindi la richiesta è un maggiore attenzione?
«Per forza, certo che sì. Per noi magistrati la mancanza di risorse non è un alibi, ma è fuori dubbio che una maggiore attenzione sarebbe in grado di assicurare la dignità sia del magistrato che delle parti, così come per la polizia penitenziaria e i detenuti. Fino a quando il ministero della giustizia non darà le risorse necessarie e sufficienti per far decollare la macchina, si assisterà al medico che piange al capezzale di una giustizia malata».
Mercoledì 9 Maggio 2018, 07:25 - Ultimo aggiornamento: 8 Maggio, 23:17
© RIPRODUZIONE RISERVATA




QUICKMAP