«Io, vedova di Orsi, voglio
sapere i nomi dei mandanti»

«Io, vedova di Orsi, voglio
sapere i nomi dei mandanti»
di Marilù Musto

Casal di Principe. Il marito era stato definito «il Salvo Lima della camorra». La spilla che legava impresa-politica-clan dei Casalesi in un unico pezzo di stoffa imbastito con denaro e rifiuti. E quella «lettera scarlatta» Miranda Diana, 50 anni o poco più, se la porta cucita addosso anche ora che il marito è morto. «Dopo dieci anni ancora», sbotta Miranda. Già, perché sono trascorsi dieci anni da quando Giuseppe Setola imbracciò il suo Kalashikov e fece fuoco su Michele Orsi, fermo al «Roxi bar» di Casal di Principe.
Era il 1 giugno del 2008, domenica, ed era stato ucciso da poco Domenico Noviello, fatto fuori perché aveva denunciato gli estorsori. Ma la magistratura ci tiene a marcare il confine fra le vittime e i presunti collusi. Fra gli innocenti e colpevoli. È vero che Michele Orsi, con il fratello Sergio, finì nel mirino dei pm Antimafia prima di morire per la gara d’appalto truccata per la gestione dei rifiuti. Sarebbe diventato, di lì a poco, un collaboratore di giustizia. Era un imprenditore leader nel settore dei rifiuti. Il fratello Sergio faceva affari milionari pagando il clan dei Casalesi, vincendo appalti e coinvolgendo la politica nazionale. Vicino ad Angelo Brancaccio come a Nicola Cosentino. Michele Orsi doveva essere bruciato al rogo dalla camorra, doveva essere un avvertimento. «Mio marito aveva rilasciato delle confessioni ai magistrati, ma i verbali furono pubblicati per intero su due quotidiani locali. Credo che gli sgherri del clan abbiano letto le sue dichiarazioni e così, una mattina, ci trovammo i proiettili conficcati nel portone di casa. Se pagava la camorra, mio marito andava in carcere. Se denunciava, veniva ucciso. E ora che è morto, io con i miei figli veniamo additati come camorristi. Michele doveva essere protetto e invece è stato abbandonato. E poi, voglio sapere chi sono i mandanti di secondo livello di mio marito, non mi basta sapere che c'è solo la camorra dietro».


Miranda Diana si è seduta in tribunale, in seguito, e ha raccontato dei viaggi in Svizzera del cognato, Sergio, «con il quale non parlo più», spiega. Lo ha fatto decine di volte: «Non ho più paura», dice. «I magistrati si sono serviti di mio marito - continua Miranda - quando Michele chiedeva protezione si è sempre visto chiudere le porte in faccia. Un conoscente mi ha anche detto che il magistrato che si occupava di lui disse: tanto a Casale non lo tocca nessuno a Orsi. E invece Setola lo ha ucciso. Ricordo ancora il volto di quei giudici e le loro mani fra i capelli quando seppero di mio marito, qualche giorno dopo uno di loro mi chiamò in Procura e con mio marito ancora all’obitorio mi disse: signora, era un criminale. In tutti questi anni hanno tentato di avvalorare questa tesi nei processi. È facile prendersela con un morto». Nel 2008, il corto circuito. Il killer Giuseppe Setola evase dalla clinica di Pavia e, tornato a Casale, radunò i sicari del clan. In soli 9 mesi uccise 18 persone. Fra loro, gli africani lungo la Statale Domiziana. Il secondo a cadere sotto la pioggia di proiettili fu l’imprenditore dei rifiuti. Le dichiarazioni collaborative rilasciate alla Procura Antimafia da Orsi confluirono nel fascicolo del giudizio immediato di un suo coimputato che aveva chiesto il giudizio abbreviato.
Il giudice Enrico Campoli chiese di ascoltare Michele Orsi l’8 maggio del 2008, ma i contenuti di quelle dichiarazioni furono poi pubblicate su due quotidiani. E per il titolare dell’Eco 4 non ci fu scampo. Sergio Orsi, il fratello che avrebbe consegnato la «bustarella» di denaro al deputato Nicola Cosentino - stando al pentito Angelo Vassallo - finì sotto protezione. «Quando ormai ero diventata vedova ci protessero», continua Miranda. «Scappai da quel luogo, ho quattro figli e due diversamente abili, in quel posto dimenticato da Dio i miei ragazzi non potevano ricevere terapie. Dovevo scegliere: farli morire o vivere. Così, sono tornata a Casale. Ora vivo con il mio lavoro di insegnante. Mio cognato non mi ha dato un euro. Ma siamo costretti a subire il secondo martirio, chiacchierati spietatamente. Persino all’Inps per la pensione di reversibilità di mio marito mi è stato detto che i funzionari avevano timore di toccare il fascicolo, avevano letto il cognome “Orsi”. Ciò che mi rammarica è il modo in cui veniamo trattati, mio figlio è stato coinvolto in un incidente a febbraio e le forze dell’ordine si son presentate davanti a casa pensando chissà cosa. Non è giusto».
Martedì 15 Maggio 2018, 06:45 - Ultimo aggiornamento: 14 Maggio, 23:39
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