Orrore in piazza a Dragoni: Maria ammazzata dal compagno ​che un anno fa le aveva salvato la vita

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di Mary Liguori

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Dopo quaranta giorni tra la vita e la morte, era riuscita a tornare a casa, finalmente a fianco dell'uomo che amava, l'uomo per il quale si era presa venticinque coltellate dal marito. Un anno fa sopravvisse per miracolo, Maria Tino, la donna di 49 anni assassinata ieri in piazza a Dragoni, nell'Alto casertano, con tre colpi di pistola al petto. Le ha sparato il suo convivente, l'uomo per il quale aveva lasciato il marito. L'uomo che lei aveva deciso di lasciare, ma che un anno fa le aveva salvato la vita.

È intriso di gelosia e di intrighi il sangue dell'ennesimo femminicidio che si consuma in Campania dall'inizio dell'anno. Maria era seduta su un panchina del borgo, a pochi passi dal Municipio e dalla chiesetta. Era uscita per prendere un po' di fresco, per sfuggire alla calura che attanaglia anche i paesini ai piedi del monte Melito. Era lì, quando Massimo Bianchi, il suo compagno, è arrivato con una Ford e, senza proferire parola, è sceso dall'auto e ha fatto fuoco. Ha puntato al cuore e ha sparato. Tre volte. La donna si è accasciata sulla panchina in una pozza di sangue che andava allargandosi sulla camicetta, fino a gocciolare sul basolato. Massimo Bianchi si è inginocchiato davanti alla macchina, di fronte a Maria. Ha poggiato la pistola per terra, una Speir 7.65 che deteneva legalmente benché non rinnovasse il porto d'armi ormai da anni. Poi è rimasto immobile a fissare Maria. Sono passati pochi minuti e il silenzio delle pietre del borgo è stato scosso dalle sirene. L'ambulanza, i carabinieri. Bianchi non ha neanche cercato di scappare. «Sono stato io, mi voleva lasciare», poche parole per confessare il più vile dei delitti e dare al maresciallo dei carabinieri la possibilità di inquadrare un movente altrettanto codardo, ancestrale, che inquadra la donna, ancora oggi come un oggetto sul quale esercitare una sorta di diritto di possesso. 

Quando sono arrivati i carabinieri la pistola era sul selciato. Di fronte, il corpo di Maria era piegato sulla panchina di ferro battuto e legno come quello di una bambola rotta. I medici ci hanno provato a rianimarla, ma non c'è stato nulla da fare. 

A tredici mesi dal precedente tentativo di omicidio, Maria Tino è morta. Ha dell'assurdo la vicenda che ieri ha sconvolto il Casertano.

La notte del 18 giugno del 2016 Maria Tino fu colpita dal marito, Angelo Gabriele Ruggiero, con venticinque coltellate. Andò così. I due si stavano lasciando, e lui sospettava che avesse un altro uomo. Così aveva iniziato a investigare sulla moglie, a controllare i suoi spostamenti, a origliare le sue telefonate. Accecato dalla gelosia iniziò a controllarla di nascosto. La seguiva, quando lei usciva per andare al lavoro, al Comune di Dragoni, dove era impiegata come Lsu. Maria se ne accorse e cercò di lasciarlo. Tre giorni prima del delitto, Ruggiero la schiaffeggiò, ma per la prima volta a quanto pare dopo altre violenze subite in precedenza, Maria trovò il coraggio di chiamare i carabinieri. E lui disse al maresciallo che l'avrebbe uccisa, «Si è messa con un altro, non lo posso sopportare, io la ammazzo». Così i carabinieri chiesero al pm di emettere un provvedimento d'urgenza per tutelare la donna. Ma la procura non fece in tempo. Il venerdì successivo, dopo una primavera intera passata a spiare la moglie in casa, dopo essere uscito, si appostava fuori casa loro, a Roccaromana, un altro piccolo centro all'ombra della catena montuosa dei Trebulani, e si mise a origliare ciò che accadeva in casa. Ruggiero sentì Maria sussurrare parole d'amore al telefono. «Ti amo», diceva. E lui perse la testa. Entrò in casa arrampicandosi su una grondaia. Piombò su di lei con un coltellino svizzero la pugnalò per venticinque volte. Alle braccia, alle gambe, a un fianco e al torace. Intanto al telefono, il nuovo compagno di lei sentiva le urla strazianti e gli insulti. Quell'uomo era Massimo Bianchi, lo stesso che ieri ha sparato a Maria uccidendola a sangue freddo. Lo stesso uomo che un anno fa le aveva salvato la vita, chiamando la figlia della sua donna e dicendole di precipitarsi a casa. La ragazza, Conny, oggi 19enne, trovò la madre in un lago di sangue. Il padre era già fuggito. Chiamò il 118. Maria rimase incosciente per 40 giorni all'ospedale di Piedimonte Matese, in coma farmacologico con un polmone perforato. Poi si riprese e tornò a casa del suo nuovo compagno, l'uomo che le aveva salvato la vita e che ieri gliel'ha tolta con tre colpi di pistola al petto. 

Era graziosa Maria. I lunghi capelli scuri le davano un aspetto giovanile, il viso ovale e la carnagione olivastra la rendevano ancora attraente. Per arrotondare lo stipendio di Lsu faceva la sarta. Aveva due figli, oltre alla ragazza, il maggiore, Pietro, di 24 anni che vive a Cassino. E dopo aver reagito alle violenze del marito ed essere scampata alla morte un anno fa, aveva preso fiducia in se stessa. E aveva capito che neanche con Bianchi le cose potevano funzionare, perché era geloso alla follia. Come l'ex marito. E allora l'aveva lasciato. È lui non si era rassegnato e aveva iniziato a spiarla, proprio come faceva l'ex marito condannato a 13 anni di carcere. Ma prima di ieri, Bianchi non aveva mai alzato le mani. Poi deve aver deciso che se doveva finire, avrebbe scelto lui come. Sparandole. Ora lei è in obitorio, lui in carcere con l'accusa di omicidio volontario. I carabinieri di Piedimonte Matese, agli ordini del maggiore Giovanni Falso, lo hanno interrogato fino a sera. Poi è arrivato il magistrato. Bianchi, dipendente della Comunità Montana, rischia trent'anni.
Giovedì 13 Luglio 2017, 18:02 - Ultimo aggiornamento: 14 Luglio, 10:37
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