Camorra, sequestro da 45 milioni
agli imprenditori del boss Zagaria

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Maxisequestro da 45 milioni di euro per due imprenditori edili casertani, Gaetano e Silvestro Balivo, ritenuti tra i più vicini al boss del clan dei Casalesi Michele Zagaria, il cui vasto patrimonio è ormai finito nel mirino degli inquirenti antimafia, che periodicamente appongono i sigilli a beni a lui riconducibili ma intestati a operatori che, come i Balivo, hanno reinvestito i soldi illeciti, diventando poi grazie all'appoggio del clan monopolisti nel proprio settore.

Il blitz - del quale aveva parlato in un tweet il ministro dell'Interno Matteo Salvini - è scattato tra ieri sera e stamani ed è stato realizzato dalla Polizia, in particolare dalla Squadra Mobile di Caserta, che ha eseguito il provvedimento emesso dalla sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere su proposta della Direzione Nazionale Antimafia guidata da Federico Cafiero de Raho. Sotto chiave sono finiti 100 immobili ubicati nei comuni casertani di Trentola Ducenta, Sessa Aurunca e Aversa, e a Fiuggi, cinque società operanti nel settore edile e in quello dei prodotti ortopedici, rapporti finanziari aperti presso 14 istituti bancari, 13 veicoli, tra cui 9 auto, tre autocarri e una moto.
 

I due Balivo furono coinvolti nell'inchiesta della Dda di Napoli che nel 2015 travolse l'Amministrazione comunale di Trentola Ducenta, con l'arresto dell'allora sindaco Michele Griffo e di altri amministratori, in relazione in particolare alla realizzazione del centro commerciale Jambo, ritenuto creatura del boss Michele Zagaria; per i pm antimafia l'amministrazione Griffo sarebbe stata pesantemente condizionata dal clan Zagaria, tanto da essere poi sciolta per infiltrazioni camorristiche fino alle elezioni di poche settimane fa. In tale contesto si inseriscono le figure dei fratelli Balivo, che per gli inquirenti avrebbero raggiunto una posizione di assoluto rilievo nel settore dell'edilizia e dei prodotti per l'ortopedia grazie all'appoggio del clan; Gaetano, 57enne, ruolo chiave, nel 2015 finì in carcere con l'accusa di associazione camorristica, e ed è stato poi condannato a 14 anni di carcere in primo grado (l'appello si dovrebbe definire nelle prossime settimane). 

Dal processo è emerso il rapporto fiduciario con Zagaria protrattosi durante tutto il periodo della latitanza del boss, durata oltre 15 anni, un arco temporale durante il quale Balivo ha diramato sul territorio gli ordini e le direttive impartite dal boss, investendo in attività produttive lecite i proventi illeciti del clan, e fungendo anche da prestanome per il boss. «Quando vedo Balivo è come se vedessi Zagaria» ha raccontato il pentito Francesco Della Corte. Per gli inquirenti l'imprenditore ha anche fornito «denaro fresco e pulito» al clan, ricevendo in cambio appoggi nella sua attività, riuscendo dunque ad avere appalti grazie alla forza di persuasione della cosca, alterando così la concorrenza a danno di imprenditori onesti. 

​Negli anni è poi venuto alla luce anche il ruolo altrettanto importante del 64enne Silvestro, prima accusato di concorso esterno, poi, grazie alle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, di essere organico al clan, sebbene in posizione più defilata e meno esposta rispetto al fratello, di cui però, agli occhi del clan, era l'alter ego. Per gli inquirenti Silvestro, peraltro mai rinviato a giudizio, è diventato tra i principali imprenditori nel settore del movimento terra, da sempre «core business» del clan Zagaria.
Venerdì 6 Luglio 2018, 14:39 - Ultimo aggiornamento: 06-07-2018 17:49
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