Il super boss Zagaria è depresso: «Subisco torture in carcere»

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di Mary Liguori

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Era attesa ieri la sentenza per le ingerenze del clan dei Casalesi nel Polo calzaturiero di Carinaro, ma l'ennesimo colpo di scena ha fatto slittare il verdetto al mese di marzo.

L'imputato principale è il boss Michele Zagaria che, di recente, in un altro processo, aveva annunciato la revoca dei suoi avvocati. Ieri, la scena si è ripetuta. Il capoclan che, in questo processo, rischia 12 anni di carcere insieme a Salvatore Verde, ha di nuovo chiesto la parola. Per ribadire il suo «grazie agli avvocati Angelo Raucci e Andrea Imperato, che revoco anche da questo processo perché intendo rinunciare al diritto alla difesa». «Subisco torture - ha detto Zagaria che dal 2011, anno della sua cattura, avrebbe vissuto centinaia di giorni in isolamento «per punizioni che mi vengono inflitte tutte le volte che in udienza mi lamento delle mie condizioni carcerarie».

Il giudice Picciotti ha comunicato di aver scritto al Dap e al carcere di Opera dove Zagaria si trova in regime di 41 bis per chiedere spiegazioni in merito alle condizioni detentive. Ed è, a dire dei difensori, l'ennesimo interessamento da parte di un giudice che segue i processi in cui è imputato Zagaria. Il boss, infatti, ha scritto al Garante dei Detenuti, al Dap, al tribunale di Sorveglianza ma anche a ciascuno dei collegi che presiedono i procedimenti in cui è alla sbarra. Ma, sempre secondo la difesa, non c'è stata risposta da parte del penitenziario lombardo. Nel corso dell'ultimo anno Zagaria ha denunciato «uno stato di isolamento totale» dovuto al rifiuto da parte dei detenuti di trascorrere con lui l'ora di socialità e altri trattamenti a suo dire inumani. «Mi torturano», ha affermato Zagaria. Ma non è tutto. Secondo le denunce del boss il penitenziario non lo cura adeguatamente. Gli avvocati hanno reso noto che il capoclan soffre uno stato depressivo dai mesi immediatamente successivi l'arresto e che per tale ragione viene seguito da uno psicologo del carcere ma «senza risultati tangibili».

In virtù di tutto ciò, il giudice Picciotti ha ritenuto di rinviare la sentenza al mese di marzo, probabilmente per consentire lo studio degli atti da parte dell'avvocato d'ufficio che in questo processo assisterà Zagaria.

Come detto, il procedimento in questione riguarda il Polo calzaturiero usato, secondo la Dda, come una «lavatrice» per riciclare i soldi del clan. La vicenda al centro del rito abbreviato che vede imputati il boss casalese e Salvatore Verde detto «Tore la bestia», risale a molti anni fa ma venne alla luce nel dicembre del 2016 quando i carabinieri notificarono al solo capoclan un'ordinanza di custodia cautelare in carcere. Al centro della contestazione c'è la «Sogest srl» con sede a Roma, l'impresa incaricata di eseguire i lavori per la costruzione del Polo calzaturiero nella zona Asi tra Carinaro e Gricignano d'Aversa. Secondo l'accusa, fu pagata una tangente alla camorra pari a un miliardo di lire. Da un lato c'era l'impresa manifatturiera che voleva diventare «sistema», dall'altro il clan. Al centro, il complesso del polo che stava per sorgere nel 1997. In seguito si costituì un consorzio di imprese. La «Unica»: società consortile del Polo. Nel processo è costituito parte civile l'imprenditore Luciano Licenza, rappresentato dall'avvocato Vittorio Giaquinto.
Venerdì 9 Febbraio 2018, 16:45
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