Malata di Sla maltrattata per tre anni da medici e infermieri: nove persone ai domiciliari

L'interno del Centro
di Serafina Morelli

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CATANZARO Affetta da Sla e paralizzata da cinque anni, costretta a subire le continue condotte vessatorie all’interno del Centro clinico “San Vitaliano” di Catanzaro. Dal letto della clinica, mediante l’invio di messaggi email, ha avuto il coraggio di denunciare le violenze psicologiche di cui era vittima da ormai tre anni. Non ha parenti o amici ma, contrariamente alla maggior parte dei pazienti del reparto, è assolutamente vigile e percepisce coscientemente gli atti di scherno posti in essere nei suoi confronti. Così utilizzando l’unico strumento a sua disposizione per comunicare con l’esterno, ha segnalato quanto avveniva all’interno del centro specializzato nel trattamento malattie neuromuscolari, Sla e neurodegenerative.  Oggi nove persone – un medico, infermieri e operatori socio sanitari della struttura privata convenzionata con il Servizio sanitario nazionale – sono finite agli arresti domiciliari. Il reato contestato, in concorso, è quello di maltrattamenti con le aggravanti dell'aver agito per motivi abbietti, ovvero per dispetto o per ritorsione a causa delle continue richieste di assistenza da parte della paziente, abusando dei poteri e violando i doveri inerenti alla loro funzione.

L'inchiesta “Urla silenziose”,coordinata dal sostituto procuratore Stefania Paparazzo assieme al procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e all'aggiunto Vincenzo Luberto, ha fatto venire alla luce uno spaccato inquietante: dalle indagini, effettuate dal Nisa e dalla Squadra mobile, è emerso che, nel corso degli ultimi tre anni, la paziente aveva subito atteggiamenti persecutori, vessatori, a volte aggravati da insulti rabbiosi. Le veniva tolto l'audio del comunicatore o spostato il monitor, impedendo al lettore ottico di intercettare le pupille della donna. La paziente in questo modo è stata privata non solo della sua voce ma anche della possibilità leggere, usare internet, telefonare, leggere e scrivere mail. Senza quel dispositivo elettronico posto di fronte al suo viso era costretta, inerme nel letto, a fissare la parete, nella piena consapevolezza di non poter comandare al suo corpo altro movimento.

Alla consapevolezza di non poter vivere una vita piena, alla malattia che ti porta ad accettare i propri limiti, si è unita la mortificazione di non poter chiedere assistenza, di essere privata del dispositivo per comunicare con gli operatori. Anni vissuti nel dolore, con frequenti crisi di pianto ma, nonostante ciò, non ha mollato e oggi ha fatto arrestare coloro che le hanno provocato un’immane sofferenza.
 
Mercoledì 12 Luglio 2017, 21:35 - Ultimo aggiornamento: 13-07-2017 11:40
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