«Noi, schiavi nei campi, sfruttati
e pagati meno perché neri»

I migranti al lavoro nei campi, ripresi dai carabinieri
di Serafina Morelli

«Pino ci ha detto che noi siamo neri e loro sono più bianchi di noi, quindi gli spetta una paga migliore solo per il colore della pelle». Umiliati, sfruttati, ingannati: così alcuni rifugiati africani hanno trovato il coraggio di denunciare le condizioni in cui erano costretti a lavorare nei campi per un’azienda agricola di Amantea, in provincia di Cosenza, dei fratelli Giuseppe e Francesco Aria Ciommo, di 48 e 41 anni, finiti ai domiciliari per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro aggravata dalla discriminazione razziale.

«Il pagamento doveva avvenire ogni fine settimana ma non sempre ci pagava o ci dava meno di quanto ci spettasse con la promessa che ce li avrebbe dati in seguito. Ma ciò non è mai avvenuto». Ha 26 anni, viene dal Gambia ed è arrivato in Italia nel 2014 come richiedente asilo. Cipolle, pomodori, melanzane: raccoglievano ciò che la natura offriva in base ai periodi del raccolto. Con la promessa di un contratto di lavoro stagionale. Che non sarebbe mai arrivato. «Pino era sul campo insieme a suo fratello. Entrambi ci controllavano assiduamente gridandoci di continuo frasi minacciose. Noi eravamo in sei e poi c’erano 4 indiani, forse due erano minorenni». Arrivavano nei campi la mattina alle 7 per percepire 25 euro al giorno per 10 ore lavorative. La paga, invece, saliva a 35 euro per i lavoratori di provenienza indiana o di nazionalità romena che avevano diritto anche all’alloggio, baracche fatiscenti nascoste tra le serre.

Approfittavano dello stato di bisogno dei lavoratori. «Muovetevi altrimenti vi mando via e non vi do un soldo», diceva il titolare dell’azienda ai lavoratori in nero che spesso non venivano neanche pagati: «eravamo costretti a lavorare in maniera eccessivamente veloce, senza un secondo di pausa e con ritmi a dir poco da schiavi». C’era chi avanzava 100 euro, chi 225 o 125 euro ma «poco prima che finisse il raccolto il signor Pino ha smesso di darci i soldi che ci doveva e circa due giorni fa siamo andati nel campo dove lavoravamo per chiedere il pagamento arretrato e lo stesso ci ha mandato via in maniera aggressiva intimandoci di non entrare mai più nel suo campo e che non ci avrebbe mai dato i soldi che ci spettavano». Terminata la stagione del raccolto, venivano così allontanati dall’azienda. Per convincerli il «caporale» diceva di avere un terzo fratello in servizio alla Polizia. «Ci avrebbe fatto espellere – racconta uno di loro - se non avessimo ubbidito a tutte le sue imposizioni per cui, visto che siamo richiedenti asilo, abbiamo ubbidito, per paura, senza lamentarci». Ma alla fine hanno deciso di raccontare tutto quello che accadeva, stanchi di subire angherie e di lavorare in condizioni disagiate.

I carabinieri della Compagnia di Paola indagavano da questa estate, insospettiti dal flusso di richiedenti asilo che si spostavano verso le campagne della cittadina tirrenica del Cosentino, nonostante le precauzioni adottate dai due fratelli che, per non destare sospetti, incontravano i migranti ad alcune centinaia di metri dalla struttura che li ospitava, in una strada parallela al centro di accoglienza “Ninfa Marina”. «L’aspetto più drammatico, oltre alle varie minacce di rimpatri forzati millantando conoscenze all’interno delle forze dell’ordine, è stato proprio – ha spiegato il capitano Giordano Tognoni, comandante della Compagnia dei carabinieri di Paola - quello della discriminazione razziale per la determinazione del compenso giornaliero».
Sabato 23 Settembre 2017, 11:18 - Ultimo aggiornamento: 23-09-2017 11:18
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