Maria Pirro

Bartolo, Annalisa e gli altri
alla conquista dell'udito

di Maria Pirro
Piange  Lucia, quando racconta la storia di sua figlia. Alla nascita ha scoperto un problema all’udito, che l’ha portata presto in sala operatoria per installare un orecchio bionico, anzi due. Due impianti cocleari. «Piano piano, la bambina ha cominciato a sentire le voci della mamma e del papà» si commuove Lucia M., 23 anni, mentre la sua piccina disegna in un’altra stanza del Monaldi. L’ospedale è uno dei tre centri di riferimento in Campania: con il Santobono (il polo pediatrico) e con la struttura di Caserta (dedicata agli adulti), tutti decisivi per fermare la migrazione sanitaria verso il nord, dai costi in passato esagerati, di oltre mezzo milione di euro all’anno (rilevazione Arsan 2006), e non solo.

«È necessario seguire un percorso terapeutico personalizzato, gestito da una équipe multidisciplinare e possibile solo vicino a casa: serve un adeguato sostegno», sottolinea il primario Carlo Antonio Leone, allievo del padre di questa tecnologia William House, agli esordi della sua carriera ricercatore a Los Angeles e oggi, con oltre 30 anni di esperienza, direttore del reparto di Otorinolaringoiatria e chirurgia cervico-facciale. «Innanzitutto, la diagnosi è un momento traumatico. Subito dopo l’intervento, è come entrare in un mondo nuovo, da scoprire: ognuno lo fa con i propri tempi e diverse reazioni», dice la psicologa Daniela Lemmo.



A indicare le differenze sono gli stessi pazienti: «Prima non percepivo né il rumore del mare né il cinguettio degli uccelli», sorride Bartolo, poeta a 11 anni, mentre sua madre, Colomba D.A., concreta e ironica, ricorda la televisione ad altissimo volume. «All'inizio mia figlia rifiutava, però, qualsiasi ausilio: era abituata al silenzio», puntualizza Lucia. «La riabilitazione è fondamentale già nella fase di valutazione chirurgica e continua dopo l'attivazione dell'impianto, con la decisiva collaborazione e partecipazione dei genitori», chiarisce il medico logopedista del Monaldi, Sara Panizzolo. «In età evolutiva l'intervento logopedico consiste in attività ludiche che favoriscono l'ascolto prevalentemente attraverso il canale uditivo e promuovono il linguaggio verbale e la comunicazione. Tutto ciò migliora lo sviluppo cognitivo. Ma un training logopedico è previsto e consigliato anche per gli adulti». 

Il problema può infatti insorgere o aggravarsi con il passare degli anni. Per motivi ereditari, ad esempio. «Nel mio caso, si tramanda da generazioni, almeno sin dalla bisnonna», riferisce Annalisa Risoli, 34 anni, insegnante e assistente sociale. Lei spiega: «Me ne sono resa conto a partire dagli 7 o 8 anni, ma solo a 28 ho deciso di operarmi. Visti i risultati, anche mamma ha chiesto e ottenuto l’impianto cocleare».

Quale testimonial migliore: adesso Risoli collabora direttamente con l’ospedale per sostenere tante altre persone che lamentano lo stesso disagio e possono trovare conforto allo sportello di ascolto da lei aperto. Un modo per affrontare ansia, nervosismo, tristezza. «La depressione è forse la malattia che, per prima, compare con la perdita dell’udito: io avevo smesso di frequentare persino gli amici di una vita», ammette Gerardo La Femina, 80enne di Capri, ormai fuori dal tunnel.

Studi più recenti dimostrano, nei risultati preliminari, che così si limita pure il declino cognitivo e in particolare dell’Alzheimer precoce. Una sperimentazione, con oltre 100 pazienti arruolati, è in corso: guidata dal Monaldi, in sinergia con i geriatri della Federico II e i principali centri campani. Obiettivo: calcolare l'incidenza della progressione della demenza tra chi corregge il deficit con la protesi e chi no. «Ne soffrono 7 milioni di italiani, in prevalenza anziani che difficilmente chiedono aiuto, solo il 25 per cento riceve l'impianto, mentre 2,5 milioni di ammalati sono bambini», certifica Leone, che aggiunge: «In genere, i primi a cogliere i segnali, che si associano spesso a un ritardo educativo e nel linguaggio, sono i maestri di scuola. È importante che loro indirizzino gli alunni, assieme a genitori pediatri e medici di famiglia. Tanto resta da fare». 

Al Monaldi si effettuano 43 impianti all’anno (350 quelli realizzati complessivamente): «Per il 10 per cento, in favore di over 65enni con un ottimo recupero funzionale. Il numero degli interventi dipende dal budget, che nell'ospedale collinare ammonta a un milione di euro all’anno destinato dalla Regione. Si tratta di operazioni programmate, per le quali si crea una lista di attesa in autunno, quando le risorse scarseggiano, ma la direzione della struttura anticipa i fondi necessari, se serve. Il trattamento non ha controindicazioni, quando il nervo uditivo è integro», garantisce Leone.

E le aziende che sviluppano questo tipo di ausili sono al lavoro per ridurre ulteriormente le dimensioni degli apparecchi. Gli ultimi hanno la forma di un bottone e il microfono interno e i nuovi modelli, disponibili dal 2018, riescono addirittura a connettersi in Wi-Fi, consentendo di regolare il dispositivo con lo smartphone. «Come i computer, questi strumenti hitech sono dotati di hardware sempre più sofisticati e in continuo aggiornamento», dice Carlo Martinelli, general manager di Cochlear Italia. Il futuro prossimo? È un impianto invisibile, da posizionare sottocute. 
 
Martedì 8 Agosto 2017, 15:22
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